12 anni senza

arrivederci

L’ultima volta che ti ho visto e abbracciata eri in un letto di ospedale, tutta bianca di borotalco. Avevi una camicia da notte, scommetterei rosa anche se non ricordo più e ti avevano tolto da poco la flebo. Eri seduta e sorridevi. Volevi sapere di mio nipote appena nato, del signore della stanza di fronte che conoscevo, ma che non sapevo fosse ricoverato. Volevi sapere della mia imminente partenza, del volo, del Camerun. Mi hai detto che ci saremmo viste al ritorno. Di andare tranquilla. C’era tua mamma e qualcun altro con te. Sembrava un arrivederci.

L’11 settembre di quell’anno avresti compiuto 40 anni. Saranno stati i tuoi tailleur dal taglio classico, il lavoro in banca che non ti convinceva più, la permanente con i ricci che non si muovevano nemmeno con una cannonata. Oppure la tua aria pacata, la erre un po’ arrotolata, il sorriso dolce ma determinato. Sarà stato tutto questo unito al mio girovagare insoddisfatto alla ricerca di chissà cosa che mi facevano pensare a te come a una signora, o meglio come a un’adulta saggia. In uno degli ultimi pranzi insieme – panino io, insalata tu – oltre alle diete che entrambe stavamo seguendo senza grande successo, mi raccontasti del desiderio che si stava avverando di adottare un bimbo o una bimba. Ti avevano consigliato dell’est, per la somiglianza fisica. Avevi comprato la cassettiera, stavi arredando la camera, ed eri contenta di essere riuscita a parlarne con tuo papà prima che mancasse, qualche mese prima.

Poi è arrivata l’altra notizia. Meno bella, apparentemente non definitiva. Chissà perché rimangono impressi alcuni particolari e non altri. Il tuo modo di dirmelo, sulla scala di Zucchero Amaro, come fosse un’informazione come un’altra. Quel tuo “Mi ha abbracciata anche se la sera sudo ancora la chemio” credo sia stata una delle frasi più intime che io ti abbia mai sentito dire e ti ho immaginata raggomitolata tra le braccia di chi ti amava, un po’ fragile, un po’ affidata, un po’ figlia.

Sei mesi è durata la speranza, alimentata dalle buone reazioni alle cure. Sei mesi di paura e di sospensione della vita, nonostante la parvenza di normalità. Mi hanno chiamata che eri appena morta. Era oggi di dodici anni fa. Avevo finito il lavoro per cui ero partita ed ero in un bungalow in riva al mare. Ricordo le lacrime, il tentativo di cambiare il volo e di arrivare in tempo per il funerale. Ricordo la difficoltà delle comunicazioni, le notizie frammentarie ma quasi inutili sul come, sul quando, sul perché. Particolari che non avrebbero riportato indietro il tempo. Avevo la testa piena di treccine che mi tiravano e il vuoto dentro. Mi hanno detto che due giorni dopo, al funerale, la chiesa era gremita.

Per alcuni anni sono venuta alla messa in ricordo, alle 8,00 a Rupinaro. In cooperativa abbiamo fatto una raccolta fondi a favore di uno dei progetti gestiti dall’associazione che avevi scelto per l’adozione. Ho comprato un baobab bonsai perché è forte e delicato come te e per tanto tempo è rimasto a farmi compagnia sulla scrivania. Poi lo sai, non sono brava con le piante. Come non sono brava con gli adii. Una volta, per il tuo compleanno, ti ho portato dei fiori e sono rimasta un po’ lì, a guardarti.

Capita che mi chieda cosa faresti ora, come saremmo. Capita che senta la tua voce, io che signora non lo sono ancora diventata e girovago insoddisfatta in cerca di una mia casa.

Sembrava un arrivederci. Mi manchi così tanto, Marina.

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