Almarina – suggerimenti di lettura non richiesti

Tra i non molti vantaggi del Kindle c’è la possibilità di farsi inviare un estratto, le prime pagine del libro che poi si potrà acquistare. Una cosa molto meno poetica e coinvolgente dell’adocchiare il libro su uno scaffale, leggere la quarta di copertina e poi, magari, starsene in piedi, un po’ circospetti e con fare clandestino, a leggerne un pezzetto direttamente sul posto. Lo faccio anche io, questo di leggere prima, non tanto per capire se la storia sia di mio gusto, ma per capire se lo è lo stile o anche solo l’impaginazione e quanto sia maneggevole un libro. Ci sono determinate edizioni di determinati libri, pur bellissime, con cui non mi scatta il feeling e non ci posso fare nulla.

Qualche settimana fa ho scaricato l’estratto di Almarina di Valeria Parrella insieme ad altri due, Broken di Don Winslow e Persone normali di Sally Rooney. Sarebbe stato il mio primo libro della scrittrice napoletana di cui confesso, non sapevo e non so nulla (tranne poi ciò che ho letto sui giornali all’indomani della premiazione dello Strega). Mi ha incuriosito, ma non così tanto. Come quando hai tutti gli ingredienti, li dosi correttamente, centri anche la temperatura di cottura del forno, ma la torta è in qualche modo nescia. Cioè, non cattiva, ma nemmeno indimenticabile. La scelta era così caduta su Persone normali.

Sarà per il fatto che mi sono pentita della scelta, sarà l’inquietudine di questi giorni che mi spinge a dubitare e cercare, cercare e dubitare, sarà che in libreria me lo sono ritrovato lucido e consistente tra le mani, fatto sta che mi ci sono immersa.

Lettura non facile, non continua, a volte un po’ troppo compiaciuta nelle scelte stilistiche, nello srotolare parole che suonano bene insieme, una di fila all’altra (qualità che peraltro vorrei avere io). Lettura che mi ha fatto da specchio. E che ogni tanto avrei avuto voglia di rompere. Ecco sì, di rompere. Per troppa fedeltà ad alcuni miei tratti di oggi. Per la fatica infinita di mettere un giorno dietro a un altro. Per la tenerezza mista alla ferocia con cui questa quasi cinquantenne insegnante di matematica si guarda e pensa che la guardino gli altri, spogliandola di tutte le sue sicurezze. Perché non fa sconti nemmeno alla felicità, che esplode dai buchi neri o dalle ferite scolpite sulla pelle e che è lì per essere goduta. Se poi non lo fai, ecco, non è colpa della felicità.

Avrei voluto rompere questa storia piccola e privata, compressa in pochi mesi e tra delle mura – obitorio, carcere, tribunale – in mille pezzi per poi ricucirli in un abito colorato e per la festa. Per portarla in giro, come una seconda pelle e ricordarmi che gli incontri – inattesi, difficili, asimmetrici – capitano. Che gli effetti delle sorprese, si annidano dentro e lavorano in silenzio, scavando – come l’acqua – cuniculi sottoterra per poi sbucare fuori. A volte come gyser – violenti e liberatori – a volte come acquitrino, impregnando ed erodendo dalle fondamenta. A volte, come ruscello, e poi fiume, e poi mare. Che non sa, ma va.

Ogni libro ha un oggetto, qui sono degli orecchini a cerchio d’oro che sanno di amore infinito e vivo.

Ogni libro ha una frase. Questa.

Perché c’è una cosa che continua a essere sfuggente, e non ve la dirà nessuno ad alta voce, così adesso ve la dico io: l’amore non riconosce l’autorità. Sì, formalmente sì, ci siamo costretti: ma dentro le ossa, quando ci guardiamo le rughe allo specchio, o nella verità del sonno, non vi concediamo il diritto di decidere. Così nessuno sta in una lista speciale, nessuno vive a parte. Noi vi seguiamo in questo mondo di carta, respinti ogni tanto indietro e di contro lanciati in avanti, come quelle biglie piccine di metallo dentro i labirinti giocattolo. Vi seguiamo con un unico punto fermo davanti a noi: che quando avremo ritrovato la strada che ci porta al mare, daremo fuoco a tutta questa carta e ci riscalderemo alla sua fiamma.

Ogni libro ha un tempo e uno spazio, per me il qui e l’ora.

Foto di Enzo Abramo da Pixabay 

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