Un altro vivere – La storia di un hashtag

Non amo parlare direttamente di me o di quanto mi succede, a meno che non ritrovi un filo conduttore che lega ciò che di piccolo avviene a una storia più grande, collettiva.

Farò un’eccezione. Ieri, dopo sei mesi di “out” sono tornata in quella che ho considerato casa per quasi sedici anni. Altromercato. Ci sono tornata senza ruoli, se non quello di partecipante alle conferenze e agli incontri organizzati a Verona, il primo “Campus” del commercio equo. Una giornata all’interno del Polo Universitario Santa Marta, ex granaio dell’esercito austro-ungarico (non me ne vogliano gli storici, ma mi pare di aver capito così e non ho approfondito la fonte!) che mi fa dire ancora una volta che la bellezza aiuta. Mattoni, travi a vista, parco e ampi spazi conciliano anche gli animi più infuocati e battaglieri. Confesso che fino all’ultimo ero tentata di non partecipare: per pudore, per paura di scoprire di non aver lasciato nulla, per non incappare nella – umanissima – invidia per chi ha fa le cose che facevo io fino a poco tempo fa e che ho deciso di non fare più. O peggio per non essere invasa da quelle altre umanissime sensazioni che fanno dire Io avrei fatto meglio oppure Guarda cosa ne hanno fatto di tutto il mio lavoro. Mi sono avvicinata in punta di piedi, senza più quell’intimità e confidenza che avevo costruito e imparato a difendere anche nei momenti più difficili. Perché alla fine, ad Altromercato e al commercio equo, io voglio bene a prescindere.

Per tutta la giornata (in realtà sono mesi che va avanti. I comunicatori ci dicono che è così che si fa) il tormentone è stato #unaltrovivere. Esatto così, con l’hashtag davanti e scritto tutto attaccato, come se la locuzione non potesse più esistere in altro modo. Come se fosse solo roba da web. 

Automatico, una litania, un sottofondo che rischiava, per me, di perdere il suo senso. Di diventare quasi irritante.

Fortunatamente, però, ci sono i viaggi di rientro.

Un altro vivere sono i primi due sorrisi, di cui non ricordo i nomi, ma solo la provenienza, Aosta e Bolzano, proprio all’ingresso dell’università. Ognuna con il suo zaino. E lo zaino fa tanto assemblea Altromercato. Sono l’abbraccio di Giorgia, seduta all’ombra in attesa delle colleghe per entrare al laboratorio dello zucchero. Sono la sigaretta con Gaga, la prima dopo sei mesi, il caffè con Eleonora che non vedevo dal suo matrimonio, il bacio rubato a Rita sempre più scricciola mentre registra i presenti e il complimentone di Giorgio che ha tirato su il mio morale e rotto il ghiaccio. Ti seguo in tutte le tue cose, bravissima, di Paola.

Un altro vivere è il pranzo con i liguri (Alessia, Enrico, Valeria e… Franca?) a piedi nudi sul prato. Sono le liguri che non ci sono, ma che si fanno sentire, Micol e Sara. Sono le millenniers Lucia e Miriam della mia bottega, che mi fanno sentire un po’ vecchia. Un altro vivere è Daniela e family con il bellissimo progetto dello street food che tra una porzione e l’altra si è sincerata che stessi bene.

Un altro vivere è Cristina e la sua disponibilità a venire a fare volontariato estivo in bottega, basta che le diamo lo spazio per il pc, è Giovanni che ancora prima di arrivare mi dice non ho ancora letto il messaggio, ma grazie. E’ la birra sospesa con Andrea, il buffetto sulla spalla di Luca, gli occhiali nuovi di Carlo, il sorriso tirato e il classico ehh… di Stefano. E’ l’abbraccio sorridente e stretto di Pierantonio che mi presenta moglie e figli. Sono i caffè di Elena e Stefano che arrivano ancora prima di chiederli. La dolcezza di Cinzia, stanca ma che darò anche oggi il meglio di me.

Un altro vivere è il poi ci vediamo di Teo e Francesco,  il passaggio in macchina di Michele, l’esuberanza di Paola (a proposito come è andata la giornata elettorale?) le chiacchiere da coda pre pranzo con Heidi (bionda) e Cosetta (riccia). Un altro vivere è poi ti passo un cliente di Ivano, il bacio sulle scale del Sandalo di Saronno e le indicazioni di Scandiuz (dovete salire, salire e poi salire ancora). Il come stai sussurrato in mezzo a una conferenza di Giulia, la sorpresa di Giada per quanti denti ho nei sorrisi, il dialetto sempre incomprensibile di Elena (?) di Vicenza. E’ il dove sei stata negli ultimi tre anni di Yvan, il ma non ti fermi stasera di Marco,  il allora guardale lì di Vittorio,  il ti ho recuperato una borsa di Ale e il fare cose belle fuori dal cda ti fa bene di Inge!

Nomi. Gesti. Parole, non hashtag che hanno stemperato la paura e l’imbarazzo trasformandoli, a loro insaputa in una giornata piena di colore. Prima delle idee ci sono le persone.

 

E quindi grazie a chi ha trovato un nanosecondo per me, ieri.

 

 

 

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