andata e ritorno

Premetto che è una storia a lieto fine, non esemplificativa di nulla e che non vuole né sdrammatizzare né drammatizzare un evento che purtroppo è la quotidianità di molti in questo periodo. La quotidianità di 793 persone e relative famiglie, solo oggi. La maggior parte lombarde.

Da qualche giorno non respiro bene. La sensazione è quella di peso in corrispondenza dei polmoni, dolore come dopo una botta, aria che non basta. E’ come aver costantemente finito una corsa, ma averla finita in alta montagna, con la testa ovattata che gira e le orecchie che fischiano. Non una fame d’aria che invalida, ma una percezione fisica che qualcosa non sia più come prima. Ogni movimento costa più fatica. Ogni movimento significa tempo di recupero. La doccia, passare l’aspirapolvere, gettare la spazzatura, rifare il letto. Non ho febbre, se non poche e insignificanti lineette, non ho tosse, mal di gola o raffreddore. Insomma, dell’elenco se uno volesse pensare al virus, ho solo un sintomo. Nei giorni seguo la procedura indicata dottore – aerosol – dottore – 112 – dottore – 112 – ufficio igiene – dottore. Non mi sento malata, non tanto quanto chi purtroppo entra nelle statistiche delle chiamate al 118, dei ricoveri, delle terapie intensive, delle quarantene preventive, delle morti. O meglio, non so quale sia il limite superato il quale è meglio preoccuparsi. La solitudine di ciascuno di noi, l’impossibilità a parte per medici ed infermieri di fare qualcosa, mi fa preferire minimizzare i sintomi nelle mie comunicazioni. In questi dieci giorni imparo che il saturimetro è introvabile (perfino con Amazon prime il tempo di consegna sarebbe stato di quasi tre settimane), che tra il colloquio telefonico e l’ambulanza non c’è via di mezzo, che sono più gli asintomatici dei sintomatici, che è facile sviluppare una dipendenza da termometro, che qualsiasi colpo di tosse fa paura e che la frase chiave è “se i sintomi peggiorano, chiami il 118”. Mai, in questo periodo, sono stata considerata “infetta” o potenzialmente tale (nessun contatto diretto con persone risultate positive al tampone, nessuna gita in zona rossa), ma non passa giorno che io non mi chieda se lo sia e soprattutto se abbia contagiato qualcun altro. Il 7 marzo è l’ultimo giorno in cui ho visto la mia famiglia, il 6 l’ultimo giorno di ufficio, l’11 mattina ultimo impegno di lavoro veloce e l’ultima volta al supermercato. E’ un silenzioso andare a ritroso, più tempo passa, più forse, non succederà niente.

Oggi però, il consiglio è di andare al pronto soccorso per una lastra. Il tempo di arrivo dell’ambulanza è un non tempo e un non luogo. In viva voce, eseguo le indicazioni di Cocca: fai uno zaino, portati uno o due cambi, caricabatterie, da leggere, cellulare, ciabatte. Porta il beauty e sapone da bucato. Noi non possiamo entrare, così ti lavi le cose. Bisogna dirlo a mamma e papà, l’ambulanza arriva da Rapallo non è ancora passata di qui, hai tempo. Chiudi tutto. Medicine ne prendi? ricordati pigiama e occhiali. Saranno tutti bardati, non ti spaventare. Esco, attenta a non toccare la ringhiera della scala, la maniglia del portone e indosso la mia mascherina fatta con la carta forno e fili di lana di uno scaldacollo iniziato a ottobre e che mai terminerò. Penso menomale che ho fatto la doccia ieri sera e non ho aspettato questa mattina. Salgo e mi siedo vicino alla porta con il volontario che a distanza mi fa le domande. E’ irreale, non che si protegga, ma l’effetto che mi fa la distanza in questo momento. Segna i miei dati sul guanto. Chiude il portellone e partiamo, fortunatamente senza sirene. Seduta, con la borsa sulle ginocchia sto attenta a non toccare nulla. So che puliranno comunque, ma vorrei dar loro meno da fare possibile. Attraverso il vetro opaco vedo pezzi di città, biciclette, mascherine, serrande abbassate. Mi arrivano tanti messaggi, non riesco a concentrarmi. Ho paura. Ora, per la prima volta ho paura e so che sono sola. Il milite si volta, intuisco il sorriso sotto la mascherina e il pollice alzato. Mi dice che siamo arrivati e che mi daranno un’altra mascherina anche se la mia è bellissima. Scendo davanti alla tenda del triage al Pronto soccorso di Lavagna. C’è calma. Una dottoressa, due infermiere, un solo altro paziente. Hanno imparato velocemente la routine: ossigeno, pressione, temperatura, prelievo venoso, prelievo arterioso, accessi adesivi per elettrocardiogramma. Sono veloci, calme, mi spiegano i passaggi, mi dicono di non alzarmi, mi chiedono cosa sia successo. Arriva un’altra ambulanza, scaricano una barella che non era attesa. Ma no, non è per il triage, non tossisce nemmeno. Si dicono codici, si passano carte e danno indicazioni di trasferimento per il paziente vicino a me. Siamo separati da una tenda, non so chi sia, solo che è un uomo e che ha l’ossigeno. I miei parametri sono buoni, sorridono. Dico che non volevo disturbare, che non sarei voluta nemmeno venire. In questo periodo tutti abbiamo paura, meglio togliersi i dubbi dicono. Mi chiedono se ho qualcuno che mi possa venire a prendere per andare via velocemente, prima che si scateni il casino. Mi danno un’altra mascherina, azzurra, avvolgente. Esco con il mio zaino pieno di cose alla rinfusa, che comunque non sarebbero potute entrare in reparto. Solo occhiali cellulare e caricabatteria. Ho il foglio di dimissioni e mi siedo spossata sul marciapiede in attesa di mia sorella. Non c’è nessuno in giro. Solo il sole e il mio cellulare che non smette di vibrare. In macchina è l’incontro di due mascherine che non si possono toccare. Scopro che il conto alla rovescia dei giorni lo hanno fatto tutti. Non è stato nulla, ma sembra passato un secolo. Il groppo alla gola non se ne va, anche alla quarta o quinta telefonata, quando ripeto cosa è successo, cosa hanno detto, cosa hanno fatto, come mi sento e cosa dovrò fare. Niente, non dovrò fare niente se non stare a casa. E monitorare. Parlando mi vergogno, sono sollevata – come una miracolata (eppure i numeri direbbero che di miracolo non si può parlare su una popolazione di 60 milioni) – un po’ in imbarazzo per il disturbo, più consapevole di quanto poco ci voglia ad andare in mille pezzi e a non poter tornare indietro.

Non è successo niente, ma è successo tutto.

Foto di PublicDomainPictures da Pixabay

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