Chiamami ghetto (viaggio a Rignano)

A distanza di qualche giorno dalla sua pubblicazione su QcodeMag – non smetto ancora di ringraziare la redazione per lo spazio e la visibilità e non smetto nemmeno di ringraziare chi trova il tempo e la voglia di leggermi – riprongo qui, in quella che è la mia casa, l’intervista a Francesco Ferri sulla sua esperienza estiva nel Ghetto di Rignano.

 

“C’è un momento, al tramonto, nel quale le esalazioni acri dei fumi della spazzatura bruciata si mischiano con gli odori speziati del cibo cucinato nelle baracche e nei ristoranti del ghetto. Odori con una densità e peso specifico ben diverso. Pesante, invadente, a tratti rivoltante il primo. Leggero, dolcemente avvolgente il secondo. Difficile dire se ci sia un punto di equilibrio tra questi due masse contrapposte, o se la prima finisce inevitabilmente per travolgere la seconda. Certo è che bisogna aprire i sensi anche all’inatteso e, perché no, al buon cibo, alla cura e alla dedizione nella preparazione dei pasti, per evitare di leggere le dinamiche del ghetto unicamente con le lenti della marginalità, del disagio, della disperazione. Dignità e cura di se, nonostante le estenuanti giornate di lavoro o di attesa. Con i piedi piantanti nel fango di un luogo ambivalente, contraddittorio e vivo, è possibile cambiare il proprio punto di vista, e ritornare a casa un po’ cambiati e un po’ spaesati. Anche qui risiede l’anima del ghetto, quella meno visibile e più inaspettata, che pulsa di energia ed è, nonostante tutto, in movimento…”

ghettoC’è sempre un punto dell’intervista in cui vorrei essere l’altro. Di solito a metà, quando il racconto entra nel vivo. Vorrei essere proprio quella che non solo ascolta, ma vive, incontra, impara, si muove. Di solito a metà del racconto.
Con Francesco – attivista, operatore legale, socio di Equociqui, bottega di commercio equo e solidale tarantina, amico e tante altre cose – questo avviene dalla prima parola. Anzi, dal messaggio whatsapp con cui mi comunica che andrà per un po’ al Ghetto di Rignano. Perché non si può non sapere. Sta a 250 km da casa. È come fosse casa.
È metà luglio e il tempo che Francesco ha deciso di dedicare al ghetto sarà una settimana proprio alla fine del mese. L’occasione è l’avvio dei programmi di Radio Ghetto, voce dei migranti impegnati nella raccolta soprattutto del pomodoro per i mesi di agosto e settembre.

Una voce di denuncia e di testimonianza che viene ascoltata non solo da chi ne è il protagonista, ma anche da chi vive lontano e cerca solo informazioni logistiche o di altra natura.

Il ghetto. Confesso che per tutta l’intervista avrei voluto trovare un altro nome per questo accrocchio a suo modo ordinato di vicoli e baracche di legno o lamiera tenute insieme con teloni di plastica e tubi per l’irrigazione.
Ma non c’è un’altra parola per definirlo. È isolato e circoscritto – non lo vedi finché non ci sbatti il naso. Per arrivarci o ci si affida a googlemap oppure ci vuole un accompagnatore – vi è una certa omogeneità negli abitanti – la maggior parte sono giovani africani subsahariani, ma anche donne e bambini – o nelle attività che vi si svolgono e soprattutto è unanimemente riconosciuto come tale – ghetto, tutti lo chiamano così. Vado al ghetto, esco dal ghetto.
È un eterno pingpong quello che mi restituisce Francesco con le sue riflessioni a voce alta.
Dentro e fuori. Lontano e vicino. Uguale e diverso. Presenza e assenza. Eccezione e normalità.
Si fa prima, forse, a dire cosa non è il ghetto. Il ghetto non è un’emergenza e non è qualcosa d’altro rispetto a ciò che lo circonda. Più complesso, dire che cos’è.
“È un luogo dell’altro mondo, con regole tutte sue contemporaneamente dentro e fuori dall’Europa. Spugna e specchio, il ghetto si nutre della retorica, delle scelte politiche, della narrazione dominante per poi restituircele, amplificate. È il luogo del cortocircuito. È un luogo che non dovrebbe esserci, ma di cui tutti hanno bisogno.”
Il luogo della convivenza degli opposti. E quindi difficilmente riconducibile a una narrazione unica, semplice e lineare. Caporalato
Arrivando la prima cosa in cui ci si imbatte è un mercato informale. Abitanti del ghetto e persone venute da fuori si scambiano qualsiasi genere di prima necessità, dai materassi agli utensili da cucina, dalle bombole del gas al cibo.
C’è chi del ghetto dopo pochi giorni, non vuole più sapere nulla. C’è chi ci torna tutti gli anni, chi addirittura ci vive permanentemente.

Si viene al ghetto per lavorare. Ciò che accomuna il numero variabile di uomini e donne presenti, nella stagione estiva costantemente superiore al migliaio, è la precarietà come condizione generale di lavoro e di esistenza, ben oltre le difficoltà legate ai permessi di soggiorno.

“La retorica ci racconta che chi è irregolare è più fragile e quindi più sfruttabile e sfruttato. Come se nel ghetto, vivessero solo stranieri irregolari. In realtà la popolazione del ghetto è molto più composita. È vero che la maggior parte sono uomini per lo più giovani, ma ci sono anche donne e bambini. Non è invece vero che abbiano una condizione giuridica omogenea. Ci sono persone regolarmente soggiornanti in Italia, ci sono richiedenti asilo, ci sono titolari di protezione internazionale e ci sono irregolari. Il filo conduttore non è l’irregolarità della presenza sul territorio, ma lo sfruttamento lavorativo al limite della schiavitù che nasce (e prolifera) sulla necessità di lavorare.”
Per chi arriva nuovo, tre sono le parole chiave: attesa, relazione, informalità.
“Chi arriva difficilmente ha già un ingaggio. Ci si affida alla comunità linguistica o geografica per essere messo in contatto con uno dei caporali che giornalmente si presentano al ghetto e caricano sul furgoncino la manodopera di cui hanno bisogno.”
La prima cosa da capire, per chi arriva e non ha esperienza di ghetto è da chi andare e da chi farsi raccomandare, in una logica informale di referenza e di gerarchia della presenza.
La seconda cosa da capire è dove abitare. Se non si ha la possibilità di “costruire” la propria baracca, l’unica soluzione è affittare un posto letto (o meglio materasso) in uno spazio condiviso. Per le utenze e i servizi basilari ci si arrangia tra fornelli a gas, cisterne di acqua e spazio naturale usato come latrina comune.
Non è la prima volta che ascolto qualcuno che mi racconta del ghetto. Le parole di Francesco si sommano, si fondono a quelle di Pietro (Fragasso, del Laboratorio di Legalità Francesco Marcone di Cerignola) o di Yvan (Sagnet, autore di “Ama il tuo sogno. Vita e rivolta nella terra dell’oro rosso” e di “Ghetto Italia. I braccianti stranieri tra capolarato e sfruttamento”).

Le parole di Francesco si impastano con quelle che dico anche io, ai ragazzini a scuola, per spiegare perché anche in Italia ci sia bisogno di regole di produzione e distribuzione dei prodotti agricoli rispettose dell’uomo e dell’ambiente.

Un commercio equo italiano, proprio come quello di cui beneficiano i produttori di caffè, cacao o banane del sud del mondo. L’inquietudine che man mano Francesco lascia trapelare si mescola all’indignazione per questa situazione ormai strutturale, allo stesso tempo ai margini del territorio, ma pienamente all’interno della vita economica e della filiera produttiva. Il suo c***o, a due passi da casa si traduce con il mio c***o, a migliaia di km da casa davanti alle piantagioni della Costa d’Avorio o del Costarica. Solo che qui, paradossalmente la storia non finisce bene. Anzi, non finisce, almeno fino a questo momento.
Mille lavoratori da sfruttare già a fine luglio. Un numero destinato a salire perché la raccolta è ritardata quest’anno dalle condizioni climatiche. Troppo caldo e troppo secco.
In periodi di basso impiego, come questo scorcio di fine luglio, quindi il campo non si svuota, anzi. Chi rimane, fa cose.
Ci si lava, si lavano i vestiti, si cucina o si cerca uno dei ristoranti interni al campo dove mangiare, si fanno affari. Si va dal barbiere, si gioca a biliardino, si fanno due chiacchiere, si guarda la partita o si ricarica il cellulare. Il calcio va per la maggiore, solo la boxe senegalese può vantare un seguito se non pari, almeno dignitoso.

Il ghetto esplode di vita 24 ore su 24. Non è raro che all’alba, verso le 4,30, chi ha puntato la sveglia per andare nei campi incroci, ancora assonnato, chi sta andando a coricarsi dopo aver fatto nottata.

Non è facile, da esterno e in poco tempo, cogliere le sfumature, le dinamiche, le relazioni di potere o semplicemente le relazioni che in un certo qual modo regolano la vita del ghetto. Anzi, il tempo trascorso al suo interno è appena sufficiente per respirare l’aria che attraversa le baracche e a farsi un’idea assolutamente parziale di ciò che succede intorno.
“La questione della governance è uno degli aspetti più interessanti. Il ghetto non è un tutt’uno. Non ci si può aspettare l’approccio, quasi romantico, dell’uno per tutti, tutti per uno in una situazione di forte disagio e difficoltà diffusa. Ognuno infatti è – nella logica meschina del lavoro a cottimo – competitor dell’altro, anche se non mancano forme di solidarietà, cooperazione e organizzazione condivisa della vita nel ghetto. Le rivendicazioni collettive ci sono state e ci saranno, ma non sono la normalità, anche se non si può dire che il senso di appartenenza non sia radicato.”

Ci sono poi delle figure di riferimento, non so nemmeno se si possano chiamare capi che si riuniscono e che sono riconosciute come influenti anche dall’esterno. Figure, forse, che rendono intellegibile un mondo.

Già l’esterno, l’altro convitato di pietra. Un esterno vissuto con disincanto, se non con fastidio.
“Nessuno crede più alle promesse della politica istituzionale di smantellare un sistema che di fatto è l’alternativa alla mancanza di lavoro regolare. Nessuno ha più voglia di ascoltare denunce che non si traducono mai in miglioramento delle condizioni di vita. Peggio, l’attenzione di certa stampa è mal sopportata in quanto non solo si limita alla rappresentazione della marginalità, ma attrae troppa attenzione, limitando di fatto e paradossalmente le attività del ghetto.”
Il ghetto è un posto da attraversare. È un posto in cui biografie personali si intrecciano con una biografia collettiva, storica e politica.
“Il ghetto è l’immagine che voi avete dell’Africa. Prima di venire qui, non conoscevo questo grado di fame e miseria. Qui ho visto ciò che voi vedete in noi. Ciò che voi pensate sia l’Africa.”
Una narrazione collettiva, storica e politica limitante e limitata. Che non tiene conto dell’altro. Che costruisce l’altro e lo rinchiude.

 

 

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