Ci sono ancora le mezze stagioni

La fase due è imminente. Le ipotesi sul cosa faremo hanno soppiantato il conto dei contagi, dei morti e dei tamponi, come se fossero scomparsi o fossero meno “paurosi”. Cioè, ora, ci possiamo convivere. Pare. Gli elenchi di si/no sembrano le fughe di notizie sui temi della maturità e mi lasciano indifferente. Come se non riuscissi ancora a focalizzare, a credere a quello che sarà. Una mezza stagione, come quella fuori. E allora continuo a concentrarmi sul dentro, terreno limitato e conoscibile anche se ho imparato che non mi posso fidare dei suoi cambiamenti, che dalle sue evoluzioni è meglio non aspettarsi niente. Che tutto non è come sembra. Che siamo fiume.

Ho tolto il piumone dal letto. L’ho sostituito con il copriletto in patchwork fatto anni fa dalla mamma con i ritagli delle camicie e delle cravatte più inguardabili di papà. Sotto ho steso la coperta di pile a quadretti azzurro, marrone scuro e marrone chiaro. E’ una di quelle coperte che non tengono la forma. Probabilmente in origine era rettangolare, ma ora come la tiri la tiri e i bordi non combaciano. E’ un regalo della nonna. Sotto ancora, un lenzuolo bianco ricamato. Era più comodo il piumone, uno strato e via. Come è semplice e prevedibile, l’inverno.

Penso, mentre sistemo gli angoli, che di quando ero piccola non è rimasta che l’idea che il lenzuolo stia meglio coordinato e che il letto, comunque vada, si rifaccia la mattina. Che fa proprio sciatto, lasciarlo sfatto per tutto il giorno.

Ricordo che avevo una piccola enciclopedia, una cosa del tipo I libri della brava massaia in cui, volume per volume, mi venivano svelati i segreti della cura della casa: ricette, come mettere in ordine, come pulire. C’era il capitolo sul fare i letti. Ricordo che diceva che l’apertura della federa, dove ci sono i bottoni o gli automatici, non va rivolta alla porta della stanza, perché sta male. Penso agli anni in cui mia mamma ha messo da parte lenzuola per il corredo – il corredo – e a quando le piegavamo in corridoio, prima di stirarle con il Merito, per inamidarle. La piegatura prevedeva che i lembi non combaciassero perfettamente, ma che il margine superiore, quello che poi andava risvoltato vicino ai cuscini, sporgesse un po’. Eseguivo pur senza capirne il motivo.

Ricordo che il fantomatico corredo stava in tre valigie, una per figlia ed era formato da lenzuola tramandate, da lenzuola ricamate apposta e da quelle comprate da rappresentanti di biancheria da casa. Chissà se esiste ancora la categoria. Già allora guardavo con sospetto quegli involucri destinati a rimanere chiusi negli armadi per anni. Li guardavo con un misto di risentimento per non aver potuto scegliere io con cosa dormire e con cosa asciugarmi, di senso pratico perché mi chiedevo per quanti decenni avrei dovuto rimanere sposata per utilizzare tutto fino allo sfinimento (unico motivo per cui avrei potuto comprare una cosa nuova) e di nostalgia per tutto quell’affetto che le due generazioni precedenti alla mia stavano mettendo nell’accatastare strati su strati in un simbolico passaggio di felicità.

Penso a tutto ciò, mentre lancio a caso i cuscini e cerco di spianare il lenzuolo non stirato, perché tanto sta sotto la coperta. Le lenzuola sono una delle prime cose che ho smesso di stirare, insieme agli asciugamani e alle magliette in inverno (se nessuno vede, si può soprassedere). Guardo l’armadio, in cui ho nei giorni scorsi tolto dagli appendini i vestiti troppo pesanti e li ho piegati per metterli in fondo al ripiano, in attesa del prossimo inverno. Gli attaccapanni dondolano vuoti. Anche loro vittime della mezza stagione, non ancora e non più.

Di queste sette settimane, tengo il flusso continuo di tempo che mi ha fatto passare dai guanti alle maniche corte, da una serie tv all’altra, dalla Pasqua senza uova alla Liberazione senza fiaccolata. Tengo le ultime nuove canzoni incrociate (Pochi giorni, Transatlanticism, Fino all’imbrunire, Il bacio sulla bocca, Dance me to the end of love, I stand alone, Quelli che restano, Il costume da torero), la spesa a turno e le sue sorprese (ieri il melone), il moltiplicarsi delle chat, che sanno essere a volte anche compagne silenziose, il commissario De Luca con la sua integrità e i suoi dubbi e Tony Hill, psicologo inglese sui generis che si muove tra serial killer munito di occhi azzurri e un sacchetto di plastica al posto della borsa professionale, Teranga, uno dei video più commuoventi di Internazionale, la lettura gratuita de Il Manifesto, il diario in inglese scritto a quattro mani bevendo acqua e limone, le vignette di Snoopy e i piccoli tentativi di ribellione che ognuno ha messo in atto per salvarsi. Salvo le parole d’amore non dette ma pensate, gli abbracci rimandati, gli appuntamenti in coda per la farmacia e le conversazioni a mezza scala. Atti di resistenza in una terra di mezzo indefinita e incerta. Fino a che arriverà l’estate.

 

Foto di Alexas_Fotos da Pixabay 

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