Per uno sconosciuto, gli sconosciuti non piangono

Ci sono temi che ti appartengono. Anche se non lo sai, anche se fai fatica ad ammetterlo perché toccano nervi scoperti, perché non sai come gestirli, perché ti fanno paura ma soprattutto perché ti rendono, paradossalmente, viva.

Ho cominciato con i desaparecidos delle dittature sud americane per passare ai desaparecidos tra i migranti centro americani che inseguono il sogno a stelle strisce e approdare a Lampedusa. L’urgenza (di umanità, di giustizia, di pietas) è sempre la stessa. Cosa provoca l’assenza in chi rimane?  Quale abisso scava dentro di noi il non sapere?

E’ venuto fuori quello che leggerete, scritto a quattro mani con Alice Fagotti, operatrice di Mediterranean hope  Osservatorio sulle migrazioni a #Lampedusa e pubblicato oggi sul sito di Mediterranean Hope e dell’agenzia stampa NEV

Il grazie più grande va, come sempre, a chi a vario titolo ha sostenuto questa mia esperienza.

 

Per uno sconosciuto, gli sconosciuti non piangono

Alice Fagotti, Alessandra Governa – Mh Lampedusa
 
Per uno sconosciuto, gli sconosciuti non piangono

“Abbiamo il dovere di raccontare. Quando venite qui con i vostri figli o nipoti, raccontate la storia di queste tombe, delle persone che vi sono sepolte, delle circostanze della loro morte. Ricordare i nomi è un atto umanità”. Sono queste le parole che volano con il vento in un sabato pomeriggio assolato al cimitero di Lampedusa. Insieme ai rappresentanti del Forum Lampedusa solidale, siamo raccolti intorno alle targhe in compensato marino abbellite da una cornice fatta con il legno di imbarcazioni dismesse e utilizzate per chissà quante traversate. Pannelli bianchi con nomi, date, elementi di vite altrimenti dimenticate. Una cerimonia semplice, come sono semplici le cose in famiglia. Occhiali scuri, commozione, fiori e il silenzio interrotto solo dalle riflessioni e preghiere rispettose di credenti e non credenti, sono il filo conduttore di questo momento conclusivo di un percorso di ricerca e tenacia durato circa un paio d’anni.

Ricordare il nome di Welela, Eze e Yassin, queste le storie ricostruite, è possibile. Tre in più in un cimitero, come quello di Lampedusa, in cui non si sa ancora con certezza quanti siano i migranti sepolti. Un piccolo gesto questo, che ci caratterizza come custodi della memoria insieme a tanti altri operatori, attivisti e semplici cittadini che operano sul versante Mediterraneo: diremmo poco o nulla in confronto alla mole di lavoro che andrebbe fatta per restituire un’identità alle migliaia di migranti morti, dispersi o mai identificati. Un gesto potente se si guarda alle responsabilità, a quei morti e dispersi condannati per sempre ad essere cancellati da una sorta di damnatio memorie dei nostri tempi, esito soprattutto del pantano burocratico delle procedure disposte dalle attuali politiche di frontiera, o dalle lacune normative in merito.

Un gesto dovuto se si pensa alle centinaia di corpi identificati solo da un numero di matricola o a quelli mai identificati perché non si vuole o non si può, o perché alla fine nell’emergenza l’indifferenza prevale. E prevale di fronte alla più grande tragedia dei nostri tempi: migliaia di persone muoiono in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa, la maggior parte di loro rimane senza nome e diventa un fantasma per le famiglie che non ne conoscono la sorte. Secondo le stime ufficiali dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni e dell’UNHCR dal 2011 sono oltre 15 mila i migranti morti e dispersi nel solo mar Mediterraneo e già 485 nei primi due mesi del 2017.

Migliaia di famiglie vivono in un limbo, anche giuridico. Senza identificazione certa e un certificato di morte, ad esempio, non solo non si possono indicare i nomi sulle lapidi, ma non si possono nemmeno avviare le pratiche di un eventuale rimpatrio delle salme, di testamenti, eredità, nuovi legami matrimoniali. Migliaia di famiglie non sono un’emergenza o un evento catastrofico unico nel suo genere, ma una realtà costante a cui servirebbe rispondere con un approccio coordinato e coerente. Tante sono le iniziative di indagine e di monitoraggio che negli anni e in diverse parti del mondo hanno provato a rispondere all’esigenza di una rilevazione sistematica e di un data base condiviso che riuscisse a contemplare in ultima istanza anche il coinvolgimento delle famiglie di origine, punto di partenza e di conclusione dell’esperienza migratoria. Chi se ne occupa (l’Italia dopo la tragedia del 3 ottobre 2013 è stata il primo paese con un progetto di antropologia forense in tal senso), ne rileva l’imprescinbilità affinché i morti non siano solo attori invisibili di una scena pubblica o la merce di scambio attraverso la quale si misurano i rapporti di forza nelle istituzioni italiane ed europee.

Lampedusa, come spesso abbiamo avvertito sulla nostra pelle, è un’ isola di transito. Un luogo di quasi incontro, in cui incrociamo la vita e la morte sul molo Favaloro. Pochi momenti che rischiano di non lasciare traccia se costantemente non ci ricordiamo e non ricordiamo che ogni vita è una singolarità, è un’eccezionalità e come tale va trattata.

Provare lutto per la morte di chi
non abbiamo mai visto –
implica una parentela vitale
fra l’anima loro – e la nostra –
Per uno sconosciuto – gli sconosciuti non piangono”

                                                                      (E. Dickinson)

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