Cose che si imparano, di nuovo.

Cose che si imparano, di nuovo, durante la febbre.

I capelli crescono più veloci e così tutti assomigliamo a Trump; se non senti l’odore è inutile bere il caffè; il letargo non è più un concetto astratto da libri di scuola. Nei rari momenti di pausa della nausea sogni tre cose: salmone affumicato, pizza fatta in casa e fontina, ma poi ti ricordi che in casa hai solo lo zenzero. Ti guardi oltre le occhiaie e ti chiedi perché tu non sia ancora dimagrita: tutti dimagriscono se stanno male.

Ti chiedi perché mamma e uomini africani ti domandino incessantemente se hai mangiato, quando si sa, l’importante è bere. Forse tutti gli uomini africani sono mamme, o forse la tua fa solo per tre, o quattro nella sua preoccupazione. E per una volta – le diamo anche agli oncologici, dice Cocca – senti che il tuo volere solo patatine ha un suo perché.

Ignori per lo più le telefonate. Guardi i messaggi, non riesci a rispondere a tutti, ma nonostante questo ce n’è sempre uno che manca, quello che avresti voluto, quello che se non c’è si sente, quello che sai che non ci sarà, ma ci speri lo stesso. Aspetti.

Sai che è cambiato un Presidente, che la curva Rt sale, che sta scoppiando una guerra in Etiopia, che ce n’è una silente Nagorno Karabakh, che la terra ha tremato in Turchia, che le persone continuano a scappare e a morire nel Mediterraneo. Ci sono state morti che avresti voluto capitassero più in là, anche dopo aver saputo che forse, ora, stanno meglio. Ci sono state nascite più o meno famose, trend di colori per le smalti autunnali e ghiacci che si sciolgono senza riformarsi più. Eppure, guardando il soffitto, tu non ce la fai. Tutto scorre davanti a te e tu non afferri niente per davvero. Chiusa in casa da oltre due settimane, il mondo fuori ti pare un acquario. E tu impari, o impari di nuovo, che sei un’egoista. Non è un giudizio, è un dato di fatto. A parte te, non riesci ad occuparti di null’altro. Non è una condizione di cui vai fiera e sai che poi inizierai a ringraziare, se non altro perché per tutto questo tempo hai respirato in modo autonomo e qualcuno ti ha portato le patatine, ha continuato a fare il tuo lavoro, si è preoccupato, ha cercato di farti ridere, ha riempito i silenzi, si è arrabbiato al posto tuo, si è fatto te per un pezzetto.

Allora aspetti che passi. Ora che puoi, ricominci a leggere. Ricominci a sentire forte il desiderio di andare lontano, dove serve, perché non riuscirai mai a capire che – forse – è nobile anche rimanere. Ricominci a riprendere gli spazi oltre al letto, saluti le finestre mentre le apri, parli con il frigo e con il frullatore. Chiedi al caco, che vive isolato dalle banane se è ancora buono o se già sta marcendo. Piccoli dialoghi per spezzare il silenzio e per rendere veri i movimenti quotidiani che altrimenti scivolerebbero via senza alcuna attenzione. A volte ti basta così. A volte con terrore ti dici che sarà così anche dopo, perché non c’è un dopo vero e proprio a cui aspirare. Che quello che è fatto è fatto (la febbre, riconosci, adora i luoghi comuni) che hai lasciato andare troppe volte, dicendo poi. E che forse, per cambiare proprio vita, dovresti avere un sacco di soldi. Ecco, mentre aspetti che passi, ti chiedi se le scelte che hai fatto ti abbiano portato da qualche parte che non sia la malinconia e il rimpianto.

Letture del momento: Crepuscolo e La Trilogia della pianura (H. Kent), Ogni maledetto lunedì su due (ZeroCalcare), Il richiamo della foresta (J. London).

Musica del momento: In mezzo a questo inverno (T. Ferro), Chissà dove sarai (Motta), Here we go (J. Brion), Testa fra le nuvole parte due fit. nipotepiccola (Alfa).

Foto di Pexels da Pixabay 

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