cronache da dentro

Non riesco, oggi, a scrivere di quello che avviene fuori. Da tre giorni, da tanto dura l’attesa di un tampone, vivo attaccata al telefono e parlo, parlo, parlo. Parlo solo di virus, di possibilità, di probabilità, di conseguenze, di paure, di sicurezza, di mascherine, di ossigeno. Il virus pervade tutto: le notti, i risvegli di soprassalto alla notifica di un messaggio, gli spazi della colazione, pranzo e cena che sono un tutt’uno con il computer e con il cellulare. Il virus tira fuori il peggio di me, o meglio, lo mette a nudo. Prima di amplificare, estremizzare, mette a nudo. Ed è una cosa che mi da le vertigini, guardarmi per quella che sono.

Non riesco a scrivere del flusso dell’attesa, lento e immutabile (Se vuoi che una cosa accada, non devi sperare, devi far in modo che accada, dicevano in un film che ho smesso di guardare a metà perché non ho capito se mi piacesse oppure no). Scrivo allora di quello che avviene dentro, di qualcosa che tocco, annuso, faccio.

Da due giorni prima di alzarmi ascolto la traccia audio di una meditazione. La scelgo in base al titolo. Alcuni titoli mi irritano. Seguo la voce, non le parole. Mi faccio cullare, non ascoltando davvero, perché credo mi irriterebbero anche le parole. Provo a fidarmi solo del suono lento della voce. E’ una voce di donna. Non capisco se mentre parla stia conducendo una classe oppure legga per il podcast. Ho deciso che non mi interessa. Diciannove minuti oggi, sei minuti ieri. Forse sono più ansiosa del previsto.

Da due giorni faccio anche degli esercizi. Il preparatore atletico sostiene che io li conosca tutti e che durino una mezz’ora. Lui è uno ottimista e soprattutto motivato. Io no, ma il ginocchio patisce a rimanere fermo. Mi sacrifico per il mio ginocchio. La mia mezz’ora passa più velocemente di quella del preparatore perché non riesco a fare tutti gli squat, plank, ponte, abduzioni e soprattutto per almeno la metà degli esercizi devo guardare su internet cosa siano. In mesi di palestra, non ho imparato nemmeno il nome. Vorrebbe, lui, che io trovassi un elastico. Benedico la quarantena e il fatto che gli elastici non siano beni di prima necessità. E’ curioso il rapporto che ho con l’attività fisica, considerando quanto sia terrorizzata dalle calorie e da come sono fatta. Tre settimane di pigiama/tuta hanno anestetizzato, vorrei dire estirpato ma credo non sia sufficiente un tempo così relativamente breve, il mio senso di inadeguatezza, il modo di guardare il mio corpo. C’è, è così e pazienza. Sono distesa sul tappeto nero peloso dell’ingresso e sento i battiti accelerati e il respiro che non basta e non sento la mancanza dello sforzo, del gesto atletico, del faticare per potermi permettere un pezzo di focaccia in più, ma la mancanza di Luca che ride al mio essere refrattaria, la sua tenacia nel non farmi mollare nemmeno gli ultimi secondi dell’esercizio, il suo aggiustarsi gli occhiali in mezzo al naso con un dito mentre cronometra.

E poi, il frigo. Si è svuotato mentre io vivo nella bolla del virus. Sono rimaste delle carote, delle arance, tre uova, una ricotta e quattro yogurth. Dovrei pulirlo. Forse anche controllare che il buco dietro non sia tappato. Il mio frigo mi piace da fuori. Non è a incasso quindi è perfetto per le calamite, memorie di viaggi o di impegni rivoluzionari. E’ in mezzo alla parete, rendendola di fatto inutilizzabile per altro. Ma le prese sono lì. Mi guarda, indifferente ai miei passaggi. Mi sfida. Sa che prima o poi lo pulirò e lo riempirò. Mercoledì era in più pieno. Ho infornato una torta di riso, senza sfoglia perché non avevo la farina. Ho anche cucinato i finocchi gratinati, la ricetta senza besciamella, perché non avevo il burro (per gli amanti delle statistiche manca sempre e solo un ingrediente alle mie velleità culinarie). Bagno la pianta che si ostina a stare meglio fuori che dentro, in direzione ostinata e contraria, visto che è catalogata inesorabilmente come pianta da ufficio.

Non riesco a concentrarmi nella lettura. Il buio oltre la siepe, libro che finora non aveva destato il mio interesse emotivo e che invece sto amando, è capitato nel momento sbagliato. Inoltre, non è lettura da kindle. Troppe le frasi apparentemente innocue e piane che sarebbero da sottolineare, rileggere. Troppe le pagine tra cui fare avanti e indietro. Scout mi trasporta, mi fa camminare con lei, ma passa così poco tempo prima che la mia testa ritorni qui, nel presente, nel virus.

Allora scrivo di pois, di finte morti del principe Filippo, di Popoff e di gonne col tulle. Ne scrivo perché rido. Perché mi trasportano nella possibilità del non prendermi sul serio, del sapermi affidare, del non dover spiegare. E, piano piano, mi riportano alla voce lenta, al respiro che si calma, al mondo oltre il virus o grazie ad esso.

Foto di Maret Hosemann da Pixabay 

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