di copertine e di altre inquietudini

Come per molti, anche per me questa è la fase più difficile della quarantena. La fase del non è più, ma non è ancora. Da alcuni giorni osservo cosa mi sta capitando e cerco di nominarlo.

Ho un rifiuto, direi quasi categorico, del prima. Vorrei che queste sei settimane di sospensione, fungessero da gomma e cancellassero tutto per poter ricominciare. Sono irritata (fisicamente è assimilabile alla nausea) da quanti mi ricordano impegni, tempistiche, accordi, ruoli. Un’irritazione che mi porterebbe a gridare, se non fossi sola cosa vuoi ancora? Non vedi che sono disorientata, sfibrata, vuota? Non lo vedi che non c’è più quello che mi chiedi?

Da alcuni giorni sono invasa dalle voci. Come se la diga fatta dai muri di casa, stesse cedendo e l’acqua a fiotti e incontrollabile entrasse dentro. Anche se mi tappo le orecchie, anche se mi appollaio sul mobile più alto, non posso fermare tutto ciò. L’acqua entra e le voci gridano. Per gioco dimentico il cellulare in un’altra stanza, provo a ignorarlo, a togliere la connessione, a non rispondere. Noto come la mia resistenza duri molto poco e noto come, il novanta per cento delle volte, porti avanti due comunicazioni contemporaneamente. Film e whatsapp, skype e libro, facebook e auricolari. Le voci mi invadono, ma non posso fare a meno di quelle voci. E dell’acqua.

Se fossi in letargo, l’istinto di sopravvivenza mi farebbe uscire di corsa, affamata di aria e di vita, ma questo è dormiveglia tentacolare che non riposa né ricarica. Non posso più stare in casa e non posso più nemmeno uscire come se. Solo alcune novità mi catturano. Solo il pensare o il fare cose slegate dal prima, mi calmano e non innescano in me un movimento circolare al ribasso, che poi sale ed esplode nella rabbia del forse.

Ho imparato, in queste sei settimane, che non ci si improvvisa nemmeno in quarantena. Nei giorni, sono sopravvissute solo le cose che già sapevo fare. Leggere è una di queste. Ho aderito a un giochino (gli smartworkers sono prolifici) su facebook, chiamiamola pure una catena di Sant’Antonio, per cui per sette giorni devo postare la copertina di un libro a me caro, senza commento. Nei giorni scorsi avevo scorso sulle bacheche di alcuni miei amici e conoscenti questa attività. Avevo notato soprattutto come, a seconda della cerchia “reale” di appartenenza ci fossero similitudini di gusti. Potevo aspettarmi un libro piuttosto che un altro. Non mi sono stupita quindi nel contare con quanti fossi in sintonia e con quanti, invece, fossi a chilometri di distanza.

Ho accettato pensando che sarebbe stato semplice. Un buon modo di iniziare la giornata: pensare a una cosa che mi ha fatto bene e condividerla. In questo momento la maggior parte del miei libri giace in pile più o meno pericolanti ma molto scenografiche e romantiche sul pavimento, sotto la finestra della camera. La quarantena mi ha trovata nel momento di scelta di una nuova libreria. Gli spazi diversi a disposizione, i traslochi, il kindle e l’incapacità di leggere un libro due volte, mi hanno portato negli ultimi anni a regalare tanti libri. Ho scoperto che non ne sono così gelosa come immaginavo. Una volta che ne ho sottolineate o fotografate le parti più significative e “salvate” da qualche parte e che ho appuntato sull’agenda il titolo con il numero progressivo (amo sapere quanti libri finisco in un anno. Ad oggi ho quasi finito il nono), sono pronta a lasciarlo andare.

Dopo la prima copertina scelta d’impulso (Ogni mattina a Jenin) ho stilato a tavolino l’elenco delle successive sei condivisioni. In fondo, so cosa è importante e cosa no. Ancora prima della scelta del secondo giorno (In ogni caso nessun rimorso), ho buttato via la lista fatta a tavolino e mi sono data un solo criterio: fotografare per davvero le copertine, non cercarle su internet. Se sono in casa in questo momento, c’è un motivo.

Non tutti i libri vanno bene per essere ricordati in qualsiasi giorno. Guardo i libri di sbieco nella pila, li prendo in mano, controllo quante sottolineature, seguo l’impulso del momento. Ieri avevo un malditesta tremendo, oggi avrei voluto qualcuno che ridendo mi facesse correre fuori verso la rivoluzione. Scelgo dopo il caffè, ma prima di accendere il computer.

Mi sono chiesta, accucciata sotto il davanzale o inginocchiata sul tappeto cosa volessi davvero sembrare attraverso le mie scelte: una lettrice impegnata, una socialmente attenta, una che rispetta l’idea che vorrebbe gli altri avessero di lei. Non però monotematica nelle letture, che significherebbe impermeabile agli stimoli, alle novità, agli sconvolgimenti. Mi sono chiesta se scegliere libri che so che mi sono piaciuti, ma che non ricordo, libri che so essere stati importanti per una mia formazione, libri che avrei voluto scrivere o di cui avrei voluto essere la protagonista. Libri letti tanto tempo fa o libri recenti, libri che hanno contribuito a farmi diventare così o libri che stanno minando quelle convinzioni lontane. Scegliere un libro a rappresentazione di una categoria, di un tema, di uno scrittore o libri assolutamente slegati da tutto, in cui mi sono imbattuta per caso. Sceglierne uno perché mi sono innamorata del protagonista o perché me lo sono portato sottopelle anche successivamente alla lettura dell’ultima pagina.

In un’intervista ascoltata oggi, Zadie Smith diceva che la sua scrittura è il prodotto delle esperienze fatte per strada e delle sue letture. Di sentirsi sì parte di un gruppo, ma anche di essere un’individualità. Le copertine su facebook sono entrambe le cose.

Non ci sarà alcun Harmony, pur desiderando ardentemente scriverne uno, ma della lista originale si salveranno solo Per chi suona la campana e In ogni caso nessun rimorso.

Foto di Nino Carè da Pixabay 

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