e poi?

Sono entrata nella terza settimana di isolamento. Mi pare una fase nuova, come la primavera. Non mi sento ancora rinascere, ma sento alternarsi la rabbia, la paura e la necessità di fare qualcosa. Sono arrabbiata, sì, tanto, perché è stato trasformato in emergenza e tragedia qualcosa che, politicamente e socialmente, poteva essere gestito in altro modo. E non mi riferisco allo stravolgimento delle vite dal 21 febbraio in poi, ma a prima, molto prima. Non sono brava nelle analisi e non ho una visione così profonda delle leggi e delle regole dell’economia, della finanza, della storia e della società, ma non ci vuole un genio per capire che le radici di tutto questo affondano lontano. Nell’illusione di una crescita senza effetti collaterali, dello sfruttamento dell’uomo e della terra che non sacrificasse qualcosa o qualcuno, nell’abdicare allo stato sociale, alla comunità, all’educazione, alla cultura, in favore del più furbo, più forte, più ricco. E’ così che ora ci troviamo più morti della Cina e ci troviamo in un paese paralizzato davanti a poco più di 50mila contagi. Ci hanno portato davanti al baratro, ci hanno spaventato a morte e poi ci hanno spinto giù. Ora, nell’emergenza, è normale che i medici e gli infermieri – anche contravvenendo alle regole omertose delle aziende sanitarie – cerchino autonomamente mascherine e caschetti su facebook, è normale che le aziende riconvertano la produzione, è normale che l’esercito venga sguinzagliato nelle strade e che i cittadini “buoni” denuncino “i cattivi”. E’ normale che chi si è arricchito grazie a questo sistema malato, chi ha evaso le tasse ora ci regali un po’ della sua ricchezza e a noi vada bene così. Sono arrabbiata, sì, perché i morti sono morti di sistema, prima che di coronavirus.

E poi? Non si fa che parlare di cosa faremo dopo, quando potremo uscire, quando potremo andare al mare, in montagna, a lavorare o mangiare un gelato. Quando tornerà la normalità. Il poi per tanti non ci sarà. Perché le vittime, terminata l’emergenza sanitaria, sono e saranno tutti coloro che non hanno tutele: i precari, i lavoratori in nero, gli stagionali, le partite iva, gli stranieri con o senza permesso, le piccole imprese. Quelli che non riescono a risparmiare, quelli che non possono stare in casa, quelli per cui i lavoretti escono di giorno in giorno, quelli che non ritroveranno il lavoro, perché semplicemente il lavoro se lo è mangiato il virus. Quelli che si ritroveranno le famiglie colpite dai lutti e non avranno di come rialzarsi, anche emotivamente. Che non avranno più i nonni. A tutte le latitudini, a soffrire sarà chi non ha già niente. O aveva un poco che si è trasformato in niente.

Pensavo in questi giorni. Pensavo che non mi va più di fermarmi alla retorica di guerra dei politici e dei giornali, alla paura dei numeri, al qui e ora. Pensavo che non ci sono più parole. Perché non è una guerra. Perchè voglio una rivoluzione. Pensavo a come fare a “uscire dal guscio” per essere comunità, per non avere paura, per essere creativa ma non naif. Non mi basta più fare bene il mio lavoro. Pensavo a come essere di nuovo figlia, sorella, amica, collega senza perdere i semi gettati in questi giorni in cui il tempo c’è. Come fare non solo a dare a chi non ha (che è sempre un concetto un po’ ambiguo), ma a fare insieme, in modo circolare.

Ormai una decina di anni fa in un viaggio in Kenya ho sperimentato per la prima volta la tontine, tra le donne tessitrici di cesti in fibra di banano di Ebuyango. Un concetto semplice: ogni mese ognuna – analfabeta, spesso sola, con raccolto di sussistenza – mette in comune una cifra simbolica. A seconda dei bisogni, la cifra raccolta viene destinata a turno a una delle donne del “cerchio” che realizzerà ciò che da sola non avrebbe mai potuto realizzare. Il mese successivo, un’altra raccolta e un altro bisogno. L’unione fa la forza. La comunità sostiene, partecipa e non elemosina. La comunità è responsabile e cresce in fiducia. E’ stato riparato un tetto, comprata una zanzariera, un’uniforme e le scarpe per la scuola. Nessuno questiona sul bisogno espresso, nessuno chiede garanzie, firme, prove, se non di realizzare ciò che a prima vista pare impossibile.

A seconda del paese, la tontine cambia nome, cambia cadenza (settimanale o mensile), ma funziona sempre.

E allora la gioia, oggi, nel leggere che a Roma grazie alla coop. Indiewatch si sperimenta un qualcosa di simile per sostenere amici in difficoltà. “Ekoub è quanto di più lontano ci sia dall’elemosina. Ekoub, in Eritrea e Etiopia è uno scambio, un sistema basato su fiducia, mutuo aiuto e reciprocità. Ekoub è un gruppo locale con legami solidali”.

Ci sono persone, c’è un IBAN (IT89G0832703243000000004129 – Banca di credito cooperativo) attraverso cui costituire il capitale iniziale, ci sono bisogni da soddisfare.

Insieme, oltre l’emergenza.

Tutte le informazioni sul sito di Indiwatch

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