Elwood, il resistente

Elwood si aggira per casa. Lo vedo. Mi guarda quando mi sveglio, controlla mentre faccio il caffè, storce il naso quando sono in ritardo e butto alla rinfusa nella borsa chiavi, occhiali, sigarette. Mi aspetta seduto sul divano quando rientro. Non parla. Si sistema gli occhiali dalla montatura pesante e lenti grandi sul naso, cammina impettito su quelle sue gambette magre e la schiena un po’ ricurva dei secchione.

Ho terminato da qualche giorno I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead – un concentrato di razzismo, diritti civili, cattiveria, amicizia nell’America degli anni ’60 – e non mi sono ancora ripresa del tutto. Non è bastato sapere che si basasse su storie vere, ma che non fosse una storia vera, che non fosse proprio la storia di Elwood e Turner per placare quel senso di malinconia e lacrima appesa che non sa se scendere oppure no. Non è bastato per strapparmi da dentro l’incredulità, la rabbia, l’impotenza per la storia, anzi, le storie raccontate. Elwood il resistente mi fa compagnia. E da monito.

In un momento in cui penso che il mio anno sia stato complesso, pesante, infinito; che la mia vita non stia andando dove vorrei, che le assenze siano talmente ingombranti che le presenze illuminanti che ho intorno non bastino a colmare il vuoti; che abbia diritto ad essere triste e a lamentarmi ricurva su di me perché il meglio è andato e io non l’ho saputo né riconoscere, né godere, Elwood mi ricorda che dovrei essere un po’ meno egocentrica. E che no, c’è sempre – infinitamente – di peggio, nella condizione umana e che i percorsi di vita possono essere decisamente più impervi del mio. Me lo ricorda senza pietismo o saccenza, ma con la forza di chi ha visto sempre più in là del suo naso, di chi ha vissuto le proprie convinzioni. Di chi si è fidato e affidato.

C’è A. che alla fine del mese non saprà dove andare ad abitare, ci sono A. e D. che la mattina alle sette escono con i loro fagotti da un dormitorio di una città straniera e a loro sconosciuta per potervi fare ritorno solo a sera. C’è E. che vive facendo il grande sulla crina del lecito/illecito. C’è A. che mi chiede di smettere di pensare al suo permesso di soggiorno e di trovarmi un marito, perché poi non c’è più tempo. E c’è M. che ha perso il papà. C’è P. che aspetta da oltre otto mesi di sapere di quale delitto è incolpato e intanto sta in carcere, e ci sono tutti quelli che dal carcere non sono mai usciti. Scomparsi. E ci sono famiglie che piangono e aspettano. Ci sono posti vuoti a tavola e non ci sono tavole a cui sedersi. Ci sono argini che si schiantano e ponti che crollano. Ci sono figlie che muoiono per salvare la mamma dalla violenza. E potrei continuare all’infinito in questa spirale al ribasso chiedendomi infinite volte perché. Tra dolore naturale e dolore inflitto, tra resistenza e aberrazione quale sia il senso. Quale la direzione.

Se io avessi un giradischi, Elwood se ne starebbe accucciato lì ad ascoltare i discorsi di Martin Luther King. Forse convincerebbe anche Turner a sedersi, a smettere di vagabondare e a sentirsi finalmente in pace.

Il mondo gli sussurrava le proprie regole fin da quando era nato, ma lui si rifiutava di ascoltare, preferendo sentire un ordine superiore. Il mondo continuava ad avvertirlo: non amarli perché spariranno, non fidarti perché ti tradiranno, non alzarti perché ti schiacceranno. Eppure lui continuava a sentire quegli imperativi elevati: ama e il tuo amore verrà ricambiato, abbi fede nella retta via e arriverai alla liberazione, combatti e le cose cambieranno. Non ascoltava, non vedeva ciò che aveva davanti agli occhi, e adesso era stato completamente strappato via dal mondo. Le uniche voci erano quelle dei ragazzi al piano di sotto, le urla e le risate e le grida di paura, come se fluttuasse in un paradiso amaro“.

Se io avessi un giradischi, sarei accoccolata con lui. Ripeteremmo insieme le parole chiave, le scriveremmo su pezzi di carta, le faremmo vive, illuminandoci a vicenda. Io sarei sempre sola, ma meno. Lui starebbe ancora gridando I can’t breathe.

Foto di S. Hermann & F. Richter da Pixabay 

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