Eva dorme

Di Francesca Melandri mi ha parlato Paola ormai quasi due anni fa in un pomeriggio pigro e assolato a Lampedusa, guardando il mare piatto di Cala Pisana. Non ricordo se stesse bevendo una delle sue birre analcoliche. Come al solito quando qualcuno mi parla di qualcosa che non conosco (soprattutto se chi parla è una persona per me interessante e arguta) mi sento in imbarazzo, tipo colta in fallo. La mia vocina interiore, sempre arzilla si attiva subito e muove l’indice, scuote la testa, strizza gli occhi e comincia a cantilenare eh eh come? non la conosci? che lettrice sei se non lo sai? poi, la vocina subdola, si allarga e mette in dubbio l’idea che ho di me come di persona attenta e interessata al mondo. Non ho più però voglia di far finta di sapere e quindi, anche quella volta, ho ascoltato e preso appunti. Francesca Melandri, Sangue giusto. Dopo è venuto Più alto del mare. Poi basta, fino a qualche giorno fa. Eva dorme non so come sia finito sul kindle. Nel senso che credo sia il risultato di un algoritmo, un libro amico di un amico di un amico di un altro libro….parente perfetto di qualcosa che ho già comprato e che secondo qualcuno mi è piaciuto. Se non fossimo così costantemente controllati, influenzati, indirizzati, limitati, mi piacerebbe pensare che qualcuno, lì, dietro lo schermo del pc o tra gli scaffali di una libreria, si annoti quello che leggo, quello che guardo, che fotografo, che mi fa piangere o ridere per poi consigliarmi. Mi piacerebbe avere un amico immaginario che mi sorprende e si prende cura di me, regalandomi letture e aprendomi mondi.

Per la storia o per il perché leggere il libro, vi rimando alle recensioni quelle vere, autorevoli. Io dirò che arrivata all’ultima riga ho continuato a guardarla, senza riuscire a girare pagina, a chiudere. A mettere via.

Complice forse la sera estiva fresca di temporale in cui, sola in casa, sento le voci sul binario di persone pronte a cercare la movida a Santa o Genova (che poi mi fa sempre sorridere la convinzione dei turisti under 20 che Levante ligure e movida possano stare nella stessa frase) e il mare in sottofondo, continuo a fissare le ultime parole, ben sapendo che se anche tornassi indietro, il finale non cambierebbe. E con esso, il senso di struggimento e nostalgia.

Di Eva dorme ho amato Vito. Intagliato, limpido, fermo da rivoluzionare vite. Ligio da considerare le regole, anche le peggiori, cosa viva, ineluttabile. Ingenuo da pensare di essere lo stesso anche senza quelle regole che lui ama come se stesso. Fragile e forte insieme da obbedire a chi gli fa capire che no, senza i pantaloni neri con la banda rossa dell’Arma piegati sulla sedia la sera, lui non potrà mai starci, che non può barattare tutto quel se stesso con l’amore. Sarebbe troppo.

Avrei voluto che quel calabrese, probabilmente non particolarmente alto o bello, piovuto tra gli anni sessanta e settanta da Reggio Calabria in Sud Tirolo per far sentire la presenza dello Stato Italiano in una terra che di italiano non aveva nulla, si ribellasse. Avrei voluto che rimanesse in quello squarcio di tempo e spazio in cui bombe e violenza per affermare (da una parte) e per riconoscere (dall’altra) un’identità, lasciavano piano piano spazio al compromesso, allo “sviluppo”, al crollo delle frontiere e dei confini.

Ma in Eva dorme, chi si ribella, muore. E non ci sono eroi. Ma non è a questo che penso fissando le ultime righe. I passaggi storici e politici, questa volta, rimangono per me sullo sfondo. Così come l’apparente fissità della montagna, l’essenzialità, quasi feroce, che permea tutte le relazioni umane.

Penso alla distanza, all’amore che finisce, a quello che non trova casa, a quello che non può essere, alla nostalgia, ai particolari che rimangono impressi, all’accettazione, al fare come se. Allo sguardo che non si riposa, che continua a cercare, a proteggere, anche se non lo dice. Penso alle rinunce e alle lotte, a volte fini a se stesse che sfiancano più che riempire. Penso all’eterno dilemma tra lasciare andare e il desiderio di una presenza, nonostante tutto. Penso al coraggio che serve, in entrambi i casi.

La pancia cui sono appoggiata risuona della sua voce quieta, come un tamburo. Chiudo gli occhi con un sospiro profondo.

“Ma adesso è tardi” dico.

“Non è tardi. E’ solo dopo.”

Foto di Bessi da Pixabay 

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