Fase due

Ho creduto alla quarantena come si crede a Babbo Natale. Da una settimana non si parla che della fase due. Quella in cui ognuno deve tornare a essere innanzitutto produttivo, poi creativo, poi ricco, poi itinerante, poi multitasking e soprattutto ubiquitario. La fase due non ammette tentennamenti: una corsa contro il tempo, necessaria alla sopravvivenza. Un’arena in cui probabilmente ci contenderemo le scarse risorse. La sola idea della fase due ha spazzato velocemente via tutte le discussioni sul lievito madre, sulla ricrescita, sugli aperitivi virtuali che hanno occupato le giornate social di quella parte di italiani che avevano una connessione illimitata. Nemmeno degli aspetti positivi collaterali della quarantena si sente più parlare, ormai ridotti ad aneddoto quasi storico: i cavallucci marini nei canali di Venezia, l’inquinamento diminuito, il senso di comunità che passa dai balconi e dai tetti. Rimangono le liti sui dati, le propagande politiche, l’irrazionalità delle scelte compiacenti. Il dubbio e la discrezionalità.

Questo irrompere così urgente della fase due mi ha solo svelato che la fase uno non ha risolto niente e che mi lascia peggio di come mi ha trovata. Sono stata convinta, più forse per bisogno che per realismo, che la quarantena avrebbe fatto fiorire qualcosa tenuto nascosto, fosse un talento, un amore, un sogno interrotto. Che la rabbia, la paura, la frustrazione che a fase alterne ho provato avrebbero messo in moto energie latenti, originali.

Il dover rallentare, il condividere seppur a diversi gradi e con differenze spesso incolmabili un’unica esperienza – il fermarsi per causa di forza maggiore -, l’attesa non mi hanno reso pronta per domani, mi hanno prosciugato. Fino a oggi ho vissuto come se fossi un personaggio del Sabato del Villaggio ed era paradossalmente facile, ma ora? La solitudine davanti alla normalità, senza più scuse, è quasi peggio della solitudine fisica tra quattro mura. E’ come quando da ragazzina la mia migliore amica, sempre più bella, sempre più a suo agio nel mondo, sempre più intraprendente, mi tirava in mezzo alla pista e mi diceva vedi? E’ facile! E io guardavo tutti quelli volti e corpi che si dimenavano e ruotavano intorno a me alla velocità delle luci stroboscopiche e l’unica cosa che avrei voluto fare sarebbe stata accucciarmi e scomparire.

Se prima c’era un motivo alla sospensione della vita, ora non c’è più nemmeno quello. E’ un puzzle a cui hanno tolto dei pezzi. E oltre alla solitudine c’è la fame per i pezzi che mancano, che non so se torneranno più. E’ tutto lì, in quel produci, torna a casa e non toccare nessuno. Mi chiedo cosa ne farò delle abitudini prese in queste settimane, di questo credere che sarei stata più forte, dopo.

Da alcuni giorni, una volta al giorno, esco per una passeggiata in solitaria sulle strade ancora pressoché deserte del mio comune. Il mio vicino preferisce non incrociarmi sulle scale, aspetta che io sia uscita o che abbia chiuso il portone di casa, prima di incamminarsi a sua volta. Auricolari, maniche corte e acido lattico mi aiutano a riprendere confidenza con gli spazi. Non a riprendermi qualcosa che era mio e che avevo dovuto temporaneamente abbandonare, ma a riprendere un posto in quegli spazi vecchi con tempi nuovi. Se incontro qualcuno, è matematico che uno dei due, pur col sorriso, si sposti dall’altro lato della strada. Camminando e respirando sento che il problema non è stato solo non poter camminare o non respirare ma, ora, sarà farlo con regole nuove che non conosco e che non so se mi piaceranno. Contrariamente a quanto pensassi, sono una da tutto o niente, per cui confesso che la cosa che mi distrugge di più è l’idea di non poter raggiungere e toccare il mondo. Un generico quanto liberatorio andare, lasciando tutto indietro, abbandonando le porte chiuse e le strade conosciute e sbarrate che l’emergenza mi ha posto davanti. La disperante assenza di novità.

Mi chiedo se dopo la fase due ci sarà, progressivamente e positivamente, una fase tre oppure se questi giorni saranno una boccata di ossigeno fittizia, prima del ritorno – rassicurante ma castrante – alla fase uno, in un eterno Monopoli in cui non si passa dal via. E se imparerò mai a non credere alle favole.

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