Febbre

In quest’estate strana, leggo tanto. Non che prima non lo facessi. Da quando ho preso l’abitudine, qualche anno fa, di annotare sull’agenda il titolo, e l’autore nel giorno in cui finisco un libro, mi sono resa conto che raramente scendo sotto le 30 letture annue, esclusi giornali, articoli o materiale di studio e lavoro.

Riempio gli spazi con le parole di altri. Il divano, il letto, la poltrona scomoda del nonno, il tavolo di cucina mentre aspetto che cuocia la pasta. La panchina sul binario, il posto in treno, l’asciugamano in spiaggia, la sedia in sala di attesa. La borsa o lo zaino.

Riempio il tempo e il suo silenzio in questa estate immobile. Se leggo sdraiata mi pare di essere meno attenta. E’ come quando mi dicevano di non mangiare i biscotti a letto che vanno di traverso. E poi ti succede come quella signora là, era giovane sai, ricoverata davanti al letto della nonna, ma l’ossigeno non le è più arrivato al cervello. Leggere da sdraiata mi fa l’effetto di soffocamento. L’attenzione è discontinua, non rumino le parole, le ingoio così, senza accorgermene. E devo ricominciare. Così leggo da seduta. Mi distraggo lo stesso, ma almeno non devo tornare a inizio pagina troppo spesso.

Febbre è arrivato nei giorni più caldi dell’estate più fresca degli ultimi anni. Inutile dire che non conoscessi Jonathan Bazzi prima. Credo, nemmeno ora.

Febbre è la sua vita. Non è un libro. E’ avere Jonathan Bazzi lì vicino che per giorni mi segue e mi racconta, momento per momento i primi trent’anni della sua vita. Non sta seduto a un tavolino di un bar, durante l’happy hour e nemmeno in una delle assemblee di istituto in cui gli studenti decidono l’argomento. Non è seduto su una poltrona d’avanguardia in uno dei tanti festival di letteratura o durante una presentazione in libreria. Mi segue, mi precede, mi urla, mi sussurra. Mi fa disegni quando non capisco, mi prende in giro, minimizza o straparla.

Ogni tanto vorrei dirgli fermati. Ti prego basta. Non portarmi proprio dappertutto. Risparmiami le cantine di Rozzano, le porte sfondate di casa, i quarantenni che stanno con te ragazzino, le moquette di Milano3.

La sieropositività, anzi la febbre che la rivela, è la goccia che fa traboccare la storia dalla pelle di Jonathan. Ma, come a volte pensa anche lui, non è l’unico filtro attraverso cui leggere o rileggere, non solo le fatiche del corpo, ma anche quelle del cuore.

Jonathan mi ha catapultato in mondi che non conosco: quello della periferia milanese, dei motorini che impennano, delle famiglie in cui non si parla italiano ma solo dialetto, delle gravidanze precoci per scappare, dei padri – fratelli – mariti padroni, delle classi sociali, della balbuzie, delle biblioteche, dei siti di incontri, del sesso schietto e dell’amore angelico, dell’omosessualità, della violenza, del lavoro invece della scuola. Un mondo, mille mondi che non conosco perché non sono il mio, che guardo a volte da distante, a volte da vicino e con cui probabilmente non so parlare e non so capire. Jonathan non fa sconti e non fa niente nemmeno per sembrare simpatico o più simpatico di quello che è. Ma vive, nonostante tutto. E già per questo, è bello che la sua vita mi abbia accompagnato per qualche giorno.

Foto di Arek Socha da Pixabay

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