Se fosse (Idomeni spiegato per immagini)

Negli ultimi dieci giorni sono stata idealmente a Idomeni, il campo profughi informale più grande della Grecia. Quasi diecimila persone in maggioranza siriani, ma anche curdi, iracheni, afgani in attesa sul confine greco – macedone che si riapra la frontiera.

In meno di venti giorni, con l’accordo Turchia – UE, la situazione è peggiorata. Tra chiusure, scambi di persone come fossero merci, ricollocamenti e respingimenti, una parte dell’Europa si è sentita sollevata, una parte si è sentita tradita e impotente. Per ora, l’unico risultato tangibile è la ricerca di altre rotte – sempre più pericolose e sempre più care – e la disperazione di chi davvero non ha altra soluzione che stare sospeso in una terra di nessuno.

Le immagini, i racconti, le analisi dei partecipanti alla carovana #overthefortress organizzata da Melting pot a cavallo di Pasqua sono da leggere e si trovano facilmente in rete. Sono da leggere e da agire.

Qui, senza alcuidomenina pretesa di esaustività, facciamo un altro viaggio per Idomeni. Ho proposto a Francesco* – spiazzandolo un po’, e sicuramente limitando la sua capacità di sintesi e proposta – davanti a una coca e a un vino tinto il gioco del Se fosse. Ho sempre amato questo gioco, sia come puro passatempo, sia come esercizio di comunicazione. Descrivere una cosa lasciando per un attimo da parte il racconto cronologico e razionale, sospendendo la logica di causa – effetto, quella dell’obiettivo o del giudizio di valore, ma raccontando per associazione di idee, mi pare un bel modo per far toccare a chi ascolta (o legge in questo caso) cosa è (o è stata) davvero per chi parla quella data cosa.

Se Idomeni fosse un fiore sarebbe una margherita. Popolare, cresce ovunque. La margherita cresce in spazi non controllati e aperti.

Se Idomeni fosse un lavoro, non sarebbe un passeur o uno scafista, troppo limitato. Sarebbe un marinaio. Di quelli che stanno su imbarcazioni civili. Tutti i marinai, tranne i marò.

Se Idomeni fosse una lingua sarebbe il curdo e non perché probabilmente è la lingua più diffusa al campo, ma perché ne rappresenta una delle componenti più fragili. Non conosco il curdo, è difficile. Nemmeno ciao saprei dire. Idomeni sarebbe il curdo, perché è una lingua che richiede tempo.

E se Idomeni fosse un piatto sarebbe una minestra non meglio identificata. Al campo, la gente cucina qualcosina, ma la maggior parte del cibo è distribuito. File lunghe, anche cento persone, a getto continuo. Un lavoro enorme di volontari in cui il primo elemento con cui fare i conti è il caos e la “fluidità” delle situazioni.

Se Idomeni fosse un viaggio sarebbe un viaggio cortissimo, soprattutto dal punto di vista geografico. E’ un viaggio a casa nostra. Noi siamo l’Europa al di là dell’Adriatico, come si fa a dire che è un viaggio lungo? E’ un viaggio lento e pieno di pause. Idomeni è una sosta lunga e scomoda, ma sotto i riflettori. I riflettori sono importanti. Se no di nessuno di loro ci ricorderemmo.

Se Idomeni fosse un film, andando per categorie sarebbe un film di avventura e draCampo profughimmatico. Non un west, con la sua retorica violenta. Idomeni sarebbe la parte del film in cui c’è una prova difficile. E’ la scena in cui ci si ricorda il prima e si aspetta il dopo. Non è un film con una brutta fine. E’ un film corale. Io? Chi sarei io? Uno che sta sullo sfondo. Uno che non va a salvare. Ecco, io mi vedo come i coprotagonisti di Forrest Gamp, quelli che corrono con lui. Ma è lui il protagonista.

Se Idomeni fosse una stagione, non sarebbe l’autunno, troppo abusato, troppo facile per descrivere le problematiche e la drammaticità. Di Idomeni tutti parlano del freddo e della pioggia. Anche io l’ho sperimentata, sul ponte contrapposto al blocco della polizia. Vento e pioggia. Talmente tanta, in quell’attesa infinita, che quasi desistevamo. Che quasi – non volendo alzare il livello dello scontro – avremmo lasciato lì i pacchi degli aiuti e ci saremmo ritirati. Questione di minuti, di arcobaleni per rimanere in tema. Idomeni quindi è, piuttosto, la stagione della possibilità, una primavera.

Se fosse un libro? Non dirò il primo che mi viene in mente, ovvero Esodo e Rivoluzione. Non dirò del viaggio di trasformazione e conquista di un altro spazio. Dirò invece Moltitudine di Toni Negri. La moltitudine che si sostituisce al popolo. Quella moltitudine che rifugge all’omogeneità, che rivendica di essere soggetto pieno di individualità. Ecco, dirò Moltitudine, perché è un’intuizione felice.

Le scarpe. Se fosse un indumento, Idomeni, sarebbe le scarpe che non ci sono. E se fosse una parolaccia sarebbe infame (ma è una parolaccia? sul vocabolario c’è….quindi forse non è una parolaccia). L’infame è la peggior persona che si possa immaginare, quella che si venderebbe pure gli amici per arrivare al suo scopo.

Se invece fosse un bisogno, al di là di quelli pratici, sarebbe il riconoscimento della persona. Il bisogno di complessità,  o meglio, di ridare a ciascuno la sua complessità, senza continuamente ridurlo a una categoria bidimensionale. Sarebbe il bisogno di uscire dalla confort zone di aiutante/aiutato, di buono/bisognobambini a Idomeniso.

Sarebbe, se fosse un’azione, una pratica continuativa che si struttura e si interroga su come sia possibile fare movimento con persone diverse che arrivano da tanti posti diversi. Sarebbe non un’azione spot, magari eclatante e con una sua bella estetica. Sarebbe un lungo lavoro per superare le differenze (e qui la testa di Francesco, non più riducibile dalle mie domande terra terra si è ripresa il suo spazio abituale).

Se invece fosse una reazione, Idomeni sarebbe un incendio. Una devastazione. Sarebbe le reti che cadono. E la colonna sonora di questa reazione, sarebbe Mappe della Libertà degli Assalti frontali (che vi consiglio di ascoltare, leggendo o rileggendo questo esercizio di quotidianità).

 

Se quindi Idomeni fosse la parola di Francesco sarebbe traduzione. Sarebbe la ricerca continua di un linguaggio comune, un linguaggio che non omette, ma relativizza le differenze. Sarebbe un abbraccio, traduzione muta di parole incomprensibili, sarebbe un gioco, terreno comune che non ha bisogno di spiegazioni, sarebbe l’arcobaleno che si guarda a bocca aperta. E che sovrasta la fanghiglia indistinta in cui Europa di qui ed Europa di lì si trova invischiata.

*Francesco Ferri, di Taranto, ha partecipato alla carovana #overthefortress. Oggi è al Brennero, perché la solidarietà e l’impegno politico non hanno confini

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