E se fossi Asad (domandarsi a Ventimiglia)

Cosa ne sarebbe di me se fossi nata in un villaggio afghano, se avessi lasciato quel villaggio a quindici anni, se avessi camminato, poi viaggiato nascosto in un camion, poi su un canotto e poi di nuovo camminato superando cinque, sei sette frontiere?

Cosa ne sarebbe di me se non sapessi leggere e scrivere, se avessi occhi neri e ciglia lunghe, se a tutte le domande rispondessi ok. Se da mesi dormissi sotto un ponte, nel greto di un fiume a rischio esondazione, se fossi sola? Se non avessi mio padre che mi chiede se la cassettiera la voglio a tre o sei cassetti, se mia madre non si preoccupasse perché sono stanca, se i miei nipoti non mi volessero come giudice al karaoke improvvisato della domenica sera?

Cosa ne sarebbe di me se io fossi Asad?

È una buona domanda. In mancanza di una buona risposta si acuiscono la rabbia e la frustrazione. Anche rivolgendo questa domanda, in modo accorato, seguendo procedure e prassi, seguendo la via giusta, legale, la via sicura, a operatori, medici, poliziotti, assistenti sociali, preti, famiglie solidali susciterei empatia in molti casi, presa in carico in altri, ma non farei sparire il problema. Se io fossi Asad, da stanotte non avrei comunque una casa e un letto. Da domani non avrei un lavoro, una famiglia o una carta di identità. Al massimo, se stessi male, potrei curare più velocemente le mie ferite.

Ventimiglia, legal point Eufemia. I pomeriggi di agosto e settembre passano veloci. Ore sedute a una scrivania recuperata da un centro sociale, sedie di plastica, lenzuola a creare una parvenza di privacy. Fogli bianchi scritti a mano inseriti in plastichine. Una per ogni caso. E ogni caso è la vita di una persona.

In tanti hanno provato a spiegare che cos’è la frontiera, cosa sono i trasferimenti coatti. Cosa è morire lungo i binari, il sentiero della morte, cosa il campo della Croce rossa e l’esasperazione dei cittadini per una presunta invasione di migranti. In tanti hanno raccontato la loro Ventimiglia fatta di tutte queste cose e anche di tanto altro: desiderio migrante, autodeterminazione, diritti negati, liberà di movimento.

Io guardo Ventimiglia dalla sedia di plastica e dalla scrivania recuperata. La guardo attraverso gli occhi di Asad, di Mamadou, di Abdul, di Ali. La guardo attraverso i fogli di espulsione che loro non sanno leggere perché scritti solo in italiano. La guardo attraverso l’impossibilità di ottenere un domicilio se usciti dal sistema di accoglienza per richiedenti asilo. La guardo attraverso la speranza seguita subito dopo dalla frustrazione quando capiscono che per loro non c’è posto, che sono condannati ad essere invisibili, ma che non sono liberi di andarsene. Che sono in gabbia, che non sono qui e non potranno essere altrove.

Le mie quattro mura sono rassicuranti. I sacchi a pelo stesi sul greto del fiume non sono immediatamente visibili da qui. I chilometri a piedi dalla frontiera alta a Ventimiglia centro non si sentono sui miei piedi e sulle mie ginocchia. Nessuno mi chiede da mangiare. Dalle mie quattro mura sento le risate dei ragazzi che si collegano via facebook con i famigliari o gli amici, sento il giubilo quando qualcuno seguendo una partita su youtube scopre che una qualsiasi squadra a me sconosciuta della Premiere league o della Liga spagnola ha segnato. Dalle mie quattro mura vedo dare ticket come alle pesche di beneficenza e in cambio ricevere una ricarica del cellulare, o una sim card. Le mie quattro mura sono rassicuranti. E mi danno l’impressione che tutto sia possibile, anche contro la burocrazia italiana, anche contro la barbarie degli accordi bilaterali di rimpatrio, anche contro i rastrellamenti della polizia, i controlli su base razziale o le manifestazioni di odio o quanto meno di fastidio di alcuni cittadini.

Da un mese sono l’avvocata. Puntualizzo, specifico, rettifico, che no, non sono avvocata, ma avvocata resto. Propongo soluzioni sulla carta, spiego procedure, tempi, documenti, limiti. Che senso potrà mai avere la differenza tra famigliare e parente, quando in un villaggio del Gambia ci si sente tutti fratelli o cugini? Che presa potrà mai avere l’affermazione che bisogna dimostrare con documentazione, quando la carta è solo carta e la carta brucerà? Con quale autorevolezza chiederò un certificato di matrimonio contratto con rito tradizionale come fosse una prova inconfutabile di un legame, quando un eventuale laurea (che sempre carta è) non verrà mai riconosciuta?

Da un mese guardo il confine immaginario e reale che mi separa dalla Francia. Che separa tutti i miei “casi” dalla Francia e penso che è sopravvalutato. La lotta a quella linea non è la mia lotta. O meglio, non solo. Non è cancellando quella separazione arbitraria che da qualche parte è sempre esistita che automaticamente rendo visibili gli invisibili.

E allora sono in gabbia anche io. Augurarti buon viaggio? Sperare che il sistema abbia una falla, che uno scanner non funzioni, che un commissario cosciente (o forse incosciente) non riconosca le tue impronte, o la tua fotografia? Sperare che proprio tu, Asad, ce la faccia?

E allora sono in gabbia. Rappresentarti come opzione di vita un paese che sta involvendo rapidamente al Medio Evo e dove il potere e la paura regnano incontrastati alimentandosi a vicenda? Dove la caccia alle streghe è ritornata lo sport nazionale? Dove il motto è occhio non vede, cuore non duole?

E allora sono in gabbia. Perché tu, Asad e non un altro? Perché mi accanisco a trovare per te una soluzione, una via per ridarti ciò che ingiustamente ti è stato tolto? Cos’è che fa di Asad, Asad? Cos’è che non mi fa dormire la notte sperando che la pioggia non aumenti, che mi fa rivoltare mari e monti pur di trovare un tetto? E perché non smetto tutto e ti porto a casa con me?

C’entrano il Piccolo Principe, la volpe, la luna e il colore del grano?

C’entrano la teoria dei piccoli passi, del bicchiere che svuota il mare, dell’acqua cheta che fa cadere i ponti?

C’entra che non posso farne a meno? Che forse la devo risolvere, per sentirmi più buona e che non mi basta che non posso salvare tutti?

Asad è un “caso”, una vita tra le migliaia in sospeso in questo imbuto. È la contraddizione in termini, è il particolare contro l’universale, è il senso di colpa e il senso di giustizia. È il sassolino nella scarpa, il grimaldello con cui scardinare non solo le coscienze private, ma soprattutto da cui iniziare a scardinare un sistema che di umano e sicuro non ha più nulla.

E se io fossi Asad?

 

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