Genova e il G8, 15 anni dopo

A Genova 15 anni fa, c’è chi ha preso un sacco di botte e chi ha dato un sacco di botte. Chi ha organizzato la mattanza, chi ha permesso la sospensione dello stato di diritto, chi l’ha cavalcata e chi ne è stato vittima. Chi è è stato ucciso e chi ha ucciso. Alcune immagini mi seguono, a volte sembrano scolorirsi, ma basta un attimo e tornano ad essere un personale termine di paragone. Quando la realtà supera la fantasia, e penso non è possibile, ecco che torna Genova e allora no, può essere peggiore, penso.società civile

Al G8, come altre volte mi è successo, sono arrivata inconsapevole. In realtà ci sono finita in mezzo e poi mi sono resa conto. Fresca di laurea e orgogliosa del primo lavoro in una cooperativa del commercio equo e solidale, mi sentivo una che ne sapeva. Mi è bastato un pomeriggio per rendermi conto che non solo non ne sapevo, ma non avevo mai capito niente. O meglio, non avevo mai vissuto.

E’ stato come addormentarmi pensando di essere bionda e gnocca e al risveglio, rendermi conto di essere Calimero, piccolo e nero.

Le prime cose che ricordo, del mercoledì, sono le grate davanti a Via Venti. Il militare di turno, forse poliziotto, che presidiava, in assetto antisommossa. Dietro i commessi di una farmacia. Soli. Sembravano malati in quarantena. E il silenzio. Ricordo di aver pensato che fosse tutto sproporzionato. Come quando a uno sfottò si reagisce con una sprangata. Credo di essere stata trattenuta da mia sorella dal chiedere al poliziotto cosa ne pensasse. Il non rendermi bene conto del contesto, credo, sia una leggerezza che ho tutt’ora.

La seconda cosa che ricordo è la spianata della società civile (che avrà avuto sicuramente un altro nome che ora mi sfugge), oggi parcheggio, vicino alla Fiera del mare. Più che la spianata, ricordo Ciro che vende Altreconomia. Capelli lunghi e neri, occhi azzurri, accento napoletano marcato.  Ai tempi un numero di Altreconomia ce l’avevo appeso in camera. Era fatto a poster: da una parte gli articoli, dall’altro la scritta no war su sfondo giallo limone. Ora ho un poster del film I giorni del no. La lotta e la rivoluzione ai tempi moderni. I miei dugenovae mesi di militanza si sgretolano di fronte ad anni di impegno: il Chiapas, il pane fatto in casa, i pantaloni con stoffe africane, una stella rossa tatuata sul braccio. Ancora oggi, Ciro fa il pane in casa, ha i capelli lunghi striati di bianco e gli occhi azzurri.

Agnoletto, quanto parlava Agnoletto. Mi affascinava questo movimento e anche se volevo davvero sentirmi parte di qualcosa di più grande, di un’onda, non ero del tutto convinta. Non ero convinta della troppa eterogeneità, delle tute bianche, dei metodi che mi parevano troppo pronti a reagire violentemente.  Dei black block avevo solo letto. Di tante cose avevo solo letto. Erano gli anni delle prime guide al consumo critico, dell’agricoltura francese, di Bono che parlava di cancellare il debito. Di Naomi  Klein e del suo No logo. Di Attac. E nonostante qualche dubbio, volevo fortissimamente farne parte, io così ligia alle regole e alla narrazione ufficiale, con un senso della giustizia troppo letterario e poco a contatto con le incoerenze e le incongruenze del reale. Io che volevo fare la missionaria laica per aiutare l’Africa, ma che avevo visto l’Africa sono in un atlante, sentivo che finalmente ero nell’occhio di qualcosa. Ero una spugna.

E poi, il giovedì, avevo le mani dipinte di bianco. Cantavo, ballavo, camminavo per strade che di solito faccio in macchina. Ricordo con un po’ di apprensione il passaggio in galleria, ma solo perché tutti dicevano che era una trappola, che avevano modificato il percorso del corteo apposta, che di solito non si passa in un tunnel. Io ero vicino a una banda colorata. I tamburi erano improvvisati, forse c’erano anche delle pentole. Avevo deciso di fidarmi.

Ma poi tutto è precipitato. E io l’ho visto dalla tv. Avevo provato a prendere il treno da sola il venerdì mattina per raggiungere piazza Manin. In casa mi sconsigliavano di andare da sola, poteva essere pericoloso. In stazione dicevano che i treni erano bloccati a Nervi. Avrei voluto raggiungere la piazza tematica del commercio equo. Mi avevano detto che c’erano quelli della Bottega di Genova. Tra loro, Alessia che ancora non conoscevo, ma che sarebbe diventata una delle mie migliori amiche. Alessia, nei mesi successivi mi racconterà dei limoni contro i lacrimogeni, del rumore degli elicotteri, dell’impossibilità di chiamare casa e di dire che aveva upiazza tematicana fottuta paura ma che stava bene. Di chi aveva aperto casa per far entrare gente sconosciuta che scappava. Dei fiori che poco prima erano stati offerti ai poliziotti. Della follia gratuita.

Piazza Alimonda non sapevo neppure dove fosse di preciso. Forse io come tanti. Le immagini ripetitive, ossessive, sempre dalla stessa inquadratura, non mi aiutavano ad ubicarla. Solo grigio e fumo, fumo e grigio. E un profilo nero steso per terra. Ci sono andata per la prima volta dopo mesi. Da sola. Vedere la vita intorno mi ha fatto uno strano effetto. Per mesi ho cercato segni della violenza nelle strade di Genova, strade in cui passo abitualmente. Per mesi mi sono chiesta dove fossero i cassonetti prima di essere divelti e bruciati, dove fossero cominciati i pestaggi, da dove fossero arrivati tutti quanti se Brignole era chiusa e i treni si fermavano a Nervi.

Mi sono sempre pentita di non aver provato ad insistere nel prendere un treno inesistente. Perché il senno di poi non basta. Non basta per accettare, per sentirsi parte, per capire cosa è stata Genova, cosa hanno fatto a Genova. Basta però per smettere di pensare che una laurea ti faccia conoscere e soprattutto, te ne faccia immaginare un altro. Perché questo, dopo 15 anni, lo credo ancora fortissimamente.

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