Gli invisibili – viaggio ad Atene

Non appena mi siedo alla scrivania dell’ufficio al quarto piano della sezione Rifugiati della Caritas di Atene mi scuote il terremoto. Breve, ma sufficientemente intenso da far catapultare la mia referente giù dalle scale urlando di sbrigarmi. Io, abituata alle alluvioni, confesso, non mi ero mossa di un centimetro guardando come in un film il suo alzarsi-prendere la borsa e il cappotto – aprire la porta – urlare nell’altro ufficio terremoto. Poi ovviamente, l’ho seguita fino al primo piano. E’ così che ho conosciuto la cucina della mensa di Atene, la cuoca e il gruppo di volontari del mercoledì.

Sono le 10,00 ma nella sala restaurant da poco più di sessanta posti – tre file di tavoli più due tavoli ai lati – le attività sono già iniziate. La cucina è off limits mi spiegano mentre mi danno il grembiule, i guanti monouso e il badge di riconoscimento. Il compito per questa ora scarsa che ci aspetta sarà fare in modo che tutto sia pronto per l’arrivo delle prime persone che mangeranno oggi.

Brocche di acqua e saliera – una per tavolo – vassoio con due fette di pane, cucchiaio, tovagliolo, dolce a cui aggiungere il piatto caldo al momento. Oggi il menù prevede riso con spezzatino di verdure. E poi la postazione del pre-lavaggio stoviglie: una conca di acqua calda saponata, una per riporre i piatti così trattati da portare in cucina per il secondo lavaggio e stracci umidi per pulire i vassoi e riutilizzarli. In cucina poi, l’angolo per il lavaggio, risciacquo e asciugatura è già sistemato e prevederà tre persone. Non di più perché la cucina è piccola.

Man mano che passano i minuti si aggiungono volontari: quasi tutti sono quelli “fissi” del mercoledì, qualcuno è una novità come me. Anche noi rappresentiamo il mondo: studentesse spagnole e americane, una neozelandese sposata a un greco, una messicana con genitori greci. Nei giorni successivi incontrerò anche studenti francesi, un ballerino di tango argentino, un georgiano e finalmente anche alcuni greci.

Ognuno ha il suo compito, una catena di montaggio dal volto umano. Io sarò l’addetta alla sala: riempire le brocche di acqua, pulire i tavoli tra un pasto e l’altro, trovare soluzioni logistiche quando le persone saranno tante e gli spazi ristretti. Mi dicono, nell’attesa, di chiacchierare e stare seduta perché poi il tempo per stancarmi non mancherà. Sono previste non meno di 400 persone tra le 11,00 e le 13,30. Questo tutti i giorni, con un picco il venerdì, sabato e domenica esclusi. Non è l’unica mensa attiva in Atene e non è nemmeno la più grande. Quasi tutte le chiese qui ne hanno una e poi, poco più avanti, sempre in centro, ce n’è una che non chiude mai. Dalla finestra osservo il drappello di persone che via via si fa più numeroso e serrato.

Chiacchiero, ma a tratti mi ritornano in mente le immagini del giorno prima, all’ingresso del campo di accoglienza di Atene. Si trova in una zona industriale, di per sé già poco accogliente, in fondo a una via sconnessa percorsa per lo più da camion con il marciapiede – sporco e pieno di rifiuti – solo su un lato. Poco prima dell’ingresso ufficiale del campo, sul lato opposto, ci sono delle tende. Alcune canadesi leggere, altre invece sono proprio ripari di fortuna fatti con teloni cerati, corde, pali. Davanti alcune cassette di legno della frutta e sedie sgangherate. Alcune sembrano piccoli negozi, altre abitazioni. Si intravedono coperte e cose assomiglianti a tappeti. Separatamente gruppetti di uomini e donne, stanno. Il colore della pelle indica provenienze diverse.

Davanti all’ingresso un poliziotto seduto sui due gradini del suo gabbiotto smanetta con un cellulare. E’ giovane e gentile. Parliamo in inglese. Un cartello in greco indica l’ammontare del finanziamento europeo al governo greco. Altro non capisco. Accanto al cartello e alla guardiola, macchine e motorini sfasciati giacciono e poi un uomo seduto. Chiedo se posso entrare. Va a chiamare la responsabile che compare con l’immancabile pettorina blu e badge al collo. Riesco a vedere tre file di container bianchi, allineati come se fossero case di strade perpendicolari e una tettoia dove sono raccolte molte persone. Devo fare una richiesta direttamente sul sito del Ministero e se rimango tanto tempo, forse mi rispondono. Forse. Poi, si può fare visita con quelli del Ministero e fare le domande a cui loro risponderanno. Ma no, ora non posso entrare. E’ la procedura. Anche in Italia è così la rabbonisco, ma ci ho provato lo stesso. Ferma e gentile. E’ la procedura.

Vorrei fermarmi a parlare con qualcuno, ma di sguardi interessati non ce ne sono. Ritorno sui miei passi. Vedo una coppia giovane con un passeggino, direi eritrei o somali, che entrano. Lei sta urlando. Vedo una ragazza con gli auricolari e lo zaino della scuola. Altre donne mi passano davanti con il cellulare in mano. Altri arrivano da varie direzioni. Vanno via veloci, ma li riconosci. Li riconosci perché non li vedi nei pressi dell’Acropoli o nelle vie turistiche piene di souvenir e ristoranti dalle tovaglie a quadretti. Li riconosci perché non prendono la metro, ma vanno a piedi. Qualcuno con lo zainetto, qualcuno con grosse borse di plastica. Qualcuno con infradito e maglietta leggera nonostante anche qui l’inverno cominci a farsi sentire. Li riconosci perché sono gli stessi che vedi nelle piazze adiacenti alla stazione di Omonia o di Exarhia, quartiere vivace che la sera diventa crocevia di spaccio e abuso di sostanze oltre che di idee.

Penso a questo mentre entrano le prime persone. Si sistemano a scacchiera, i primi lontani gli uni dagli altri, poi gioco forza, si stringono. Più uomini che donne. Tanti bambini accompagnati soprattutto dai loro papà. Quasi tutti stranieri. Le provenienze sono diverse, ma indovinare il paese è impossibile. Qui mi suggeriscono che la maggioranza siano afghani, siriani, iracheni. Ci sono tanti occhi a mandorla e lineamenti marcati del viso. Ognuno mangia velocemente per lo più con lo sguardo fisso sul piatto. Qualcuno preferisce mangiare in piedi, alla finestra. I gruppi più numerosi sono quelli familiari. I bambini hanno diritto a qualche pezzo di dolce in più e a una ciotola più piccola di cibo, per evitare lo spreco.

Passo tra i tavoli, sorrido e cerco di intercettare le richieste, ma per lo più sorrido perché non capisco. Osservo scambi di cibo, chi avanza il proprio pane, normalmente lo cede agli altri. Catturo risate e videochiamate mentre la zuppa si raffredda un po’. Gioco a fare le boccacce con due bambini che immagino fratelli. Lei un po’ più grande, con una molletta a tenere il ciuffo e senza i denti davanti. Lui più piccolo, è imboccato dal papà.

Mi chiedo che effetto fa, mangiare tutti i giorni in una mensa, dormire in un ostello o peggio all’addiaccio. Mi chiedo che effetto fa vestirsi con vestiti non propri, giocare con giocattoli regalati e avere una routine errante. Che effetto fa, che valore ha per un bambino questo tempo seduto davanti a un piatto e a un dolce che sa che se rifiuta non ne arriverà un altro. Che effetto fa avere accanto solo la persona che lo sta imboccando e che è spaventata, stanca, triste, arrabbiata almeno quanto lui, ma che se può non glielo lo fa vedere.

Osservo, passando con la brocca, i visi. Alcuni li ritroverò anche nei giorni successivi. Il ragazzo somalo, magro e con una polo azzurra, la donna camerunense incinta di due gemelli che nasceranno a gennaio e il ragazzo siriano, che ha già provato a varcare il confine ma senza successo. Il signore anziano con il figlio, entrambi con la barba e lo sguardo mite. Non c’è tempo per parlare in mensa. Qualcuno di loro lo incontrerò anche fuori e raccoglierò pezzi di storie per farne una. Una e centomila, come sono le storie delle migliaia di persone bloccate ad Atene, senza una rete di accoglienza vera e propria, dove ognuno fa un pezzetto, ma dove si è sostanzialmente soli e dove si arriva dopo mesi nei campi infernali delle isole.

Una e centomila sono le storie di chi arriva dalla Turchia. In Turchia ci sia arriva a piedi, con mezzi di fortuna da oriente ma anche in aereo da alcuni paesi africani perché non c’è bisogno di visto. Ma sulle isole – Chios, Lesbo, Samos – ci si rimane bloccati dopo la traversata più o meno breve. Chi ora è ad Atene non parla volentieri di quel tempo. Pur nel nulla di oggi, si sentono fortunati ad essersene andati. “Se era uno schifo quando eravamo 5000 – mi dice un rifugiato gambiano – come può essere adesso che sono 13000?“.

Il campo è quello di Moria, dove quando si arriva ci si deve arrangiare. La polizia prende le impronte e poi si viene lanciati nell’arena. Qualcuno se si è fortunati dice dove prendere una tenda e poi bisogna cercarsi uno spazio dove montarla. I bagni sono inutilizzabili e il cibo è insufficiente. Il campo è diviso per provenienza geografica. “La parte più calma è quella degli africani – continua il gambiano – ma se vai in quella degli afghani è un problema. Loro sono tanti e si credono i capi. Combattono per tutto, anche quando basterebbe chiedere per favore o scusa. Non ci può essere pace, se si fa così. Una volta abbiamo organizzato uno sciopero della fame perché il cibo era troppo poco e solo i bambini potevano mangiare, ma loro no, ci hanno fregato. Ed è scoppiato un casino. Tante persone si sono fatte male, ma da fuori niente, non è cambiato niente.”

Il flusso di persone continua ininterrotto, anche ragazzini in pattini arrivano. I piatti puliti si accatastano e, verso l’una, cominciamo a restringere i tavoli da utilizzare e le brocche da riempire. Alle 13,30 rimane solo da pulire in attesa del domani. Uscendo ritrovo alcune persone per strada, mi salutano. E’ così facile creare una connessione seppur temporanea. Mi chiedo come passeranno la giornata, io che soffro la solitudine e il senso di vuoto.

Mi siedo su una panchina in una zona di passaggio e chiacchiero. Cerco di fare poche domande, le domande per chi è in cammino sono sempre pericolose. Qualcuno vuole rimanere ad Atene – sai assomiglia ad Aleppo – qualcuno vuole andare: Germania, Inghilterra, perché qui non c’è lavoro e là c’è la famiglia. Tutti hanno uno smuggler che consiglia le vie “sicure” con o senza documenti. Sicuramente però, servono tanti soldi. Non so se arrivano le notizie dalla rotta balcanica. Non so se arrivano notizie da dietro, dai morti nei campi o in mare o più indietro dai paesi di origine. Non si può restare e non si può tornare.

Sono fuggito perché per le mie idee politiche dov’ero non era più sicuro per me. Avevo un lavoro e la mia vita. Mi manca il mio paese e la mia famiglia. Pensavo di rimanere in Turchia, ma non è stato possibile. Io non mi vedevo in Europa, non mi vedevo in Grecia. Mi ci sono visto per forza la prima volta, quando sono sbarcato di notte sull’isola. Mi sono pentito solo una volta, quando non sono riuscito a pagare l’università per mio fratello. Così non miglioreremo mai. Non ho studiato io e se non studierà nemmeno lui, tutto questo sarà stato inutile.”

Passeranno ancora più di mille persone nei giorni successivi alla mensa della Caritas. Mille storie di persone che ho incrociato e alle quali auguro di trovare un posto sicuro nel mondo.

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