Ha fatto anche cose buone, oltre a finire oggi

366 giorni di 2020. Non so se sia stato il peggior anno di sempre, il peggior anno della mia vita, il peggior anno rispetto a cosa o per chi. E’ che è così vivo che le sue fatiche sono ancora pervasive e invasive, il suo occhio stretto mi costringe, mi limita, mi toglie il fiato. Dentro la Storia grande ci sono le storie piccole, c’è la mia storia di questo 2020 e mi chiedo se a freddo, poi, la guarderò con tenerezza, come guardo qualcosa che riesce male ma che fa comunque parte di me.

Ogni anno faccio un gioco: 5 cose belle e 5 cose brutte dell’anno in chiusura e 3 desideri per quello entrante. In questi giorni ho pensato elenchi, li ho scritti a mano su post it e quaderni con penne diverse, li ho cancellati, modificati, allungati e decorati. Mi sono scoperta a sorridere più volte di quanto pensassi nel ricordare piccoli momenti e grandi persone.

Al di là della matematica e in ordine sparso: la meraviglia di Chiara entrando ad Eurodisney e la sua mano nella mia prima del decollo dell’aereo; il contratto di affitto non rinnovato, le informazioni mancanti, il disinteresse, il muro di gomma che mi accomuna a molti altri nella mia condizione, la tristezza nel pensare che probabilmente non vedrò e non sentirò più il mare aprendo la finestra; il divano nuovo: giallo, allegro, comodo che fa casa anche se magari casa poi non c’è; le foto sulle panchine giganti piemontesi; le risate online e offline con le nipoti tra un compito e l’altro, tra un gioco e l’altro, tra un selfie e l’altro, tra un toast e l’altro, tra un ziaaaaaa e l’altro….tra un pezzo di vita e l’altro, perché comunque ci fossimo; la morte di Sepulveda; una certa ironica disillusione sugli oroscopi; una tenda del bagno che vorrebbe essere una porta ma che non è e che suona al vento, come nessuna porta saprebbe fare; i primi abbracci post quarantena con le Amiche (e i caffè, gli spritz, le pizze in spiaggia, i panini sedute sulle scale, le passeggiate al tramonto, le telefonate, le chat, i pianti, le discussioni sulla ricrescita, sul lievito, sui libri, sugli amori che finiscono, che non nascono, che non sanno); la solitudine delle sere troppo lunghe, delle notti insonni, delle mattine terse ma silenziose; la gita sul trenino di Casella e le gioie raddoppiate della “vita da tutore”, esperienza che più di ogni altra si avvicina per me a quella della genitorialità e che mi fa dire…ma tutti sti genitori, come fanno?; gli arrivederci che non so dire, i silenzi che mi fanno sperare, le lontananze che sono assenze e non romantici spazi, le attese che logorano, i monologhi infiniti che si perdono nell’etere; sentire il cuore a casa a Lampedusa; Alessandrina e Cocchina detti o scritti decine di volte al giorno per decine di giorni in questo anno, le telefonate in macchina, la linea che cade nelle gallerie, i messaggi mentre tutti ancora dormono; il mal di testa da Covid e tutto quello che si è portato dietro; le videochiamate improbabili con mamma e papà che chiedono ma sei ancora viva?; i trentaduedenti di Amadou in questura, l’abbraccio di Iero, l’accento mandingo-marsalese di Modou. Per ogni fatica che mi farebbe desistere, c’è poi una forza resistente uguale e contraria che mi fa scavalcare muri quando non li posso abbattere; le 4o foto del cielo la mattina nel lockdown di primavera; il dolore e lo spavento degli altri che non sono mai dolore e spavento a metà; l’odio-amore per la app di esercizi mattutini e lo sguardo critico davanti allo specchio; la rassegnazione e il fare comunque che si alternano come se fossi bipolare; il buongiorno del mattino presto, che se c’è, mi strappa un sorriso.

Per l’anno nuovo vorrei andare di nuovo nel mondo, vivere un amore gioioso, mangiare patatine senza ingrassare, vedere la felicità che vorrei per me negli occhi delle persone che incontro…e se non c’è, fare il mio pezzetto perché la raggiungano.

Foto di svetlanabar da Pixabay

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