Ho fatto cose, ho visto gente

Nel riscaldare la vellutata a bagnomaria, questa sera riesco a fondere il recipiente di plastica. La notizia buona è che ho una vellutata fatta da me: zucchine, patate, piselli su soffritto di cipolla. La notizia ancora migliore è che da alcune settimane faccio la spesa e nel frigo hanno smesso di piangere di solitudine yogurth e mozzarelle light. Guardando ipnotizzata il recipiente solido trasformarsi parzialmente in una ragnatela di fili fluidi e trasparenti, penso a quanto sia bella. E che mi manca sempre tanto così per essere perfetta. Sono un castello di carte in cui, mettendo l’ultima, crolla tutto e si rivela la precarietà. Sono entusiasmo e ingenuità, sorriso e malinconia, partenza e ritorni.

Ho fatto cose, ho visto gente. Non ho ringraziato abbastanza per tutto quanto mi è entrato dentro e in apparente immobilità, ha germogliato.

Ho un divano giallo su cui si dorme comodi, si fanno compiti, si gioca a fare la stella marina. Ho tre vestiti diversi fatti della stessa stoffa comprata anni fa in Ghana. Ho fotografie con facce buffe su panchine giganti piemontesi. Ho ripassato declinazioni, eccezioni e verbi attivi e passivi in latino e letto “schede libri” tra le più improbabili che le insegnanti di italiano possano ricordare. Ho amabilmente disquisito sul fatto che nei boschi di Casella non ci siano le scimmie. Ho amato il mare di Lampedusa da un terrazzo triangolare con una tazzina di caffè fumante tra le mani. Ho guardato fare scorpacciate di focaccia come se non ci fosse un domani. E ho adorato la gioia negli occhi di chi si leccava le dita unte. Ho fatto selfie in spiaggia dimenticando l’imbarazzo per cellulite e smagliature. Ho messo e tolto mascherine, avvicinato e allontanato asciugamani, gonfiato e sgonfiato cuscinetti, spalmato creme solari e aspettato in fondo al ponte che comparisse una nana vogliosa di mare. Ho fumato, ho smesso di fumare, ho ricominciato a fumare. Ho fatto foto a chi pensa che in foto non mi si può guardare. Mi sono innamorata, disinnamorata, ri-innamorata. Ho lasciato andare persone. Ne ho pianto. Ho trovato persone. Ne ho riso di cuore. Ho detto lo faccio domani, pentendomi puntualmente. Non ho scritto. Ho seguito consigli di lettura che mi hanno straziato il cuore. Mi sono sentita piccola ed egoista a non riuscire ad occuparmi del mondo, ma solo parzialmente, di me. Mi sono commossa nel guardare negli occhi chi si è fidato di me. Ho abbracciato quanto più mi è stato possibile. Mi sono rotta e ricomposta, chiedendomi ogni volta se sarebbe stata l’ultima. Ho invidiato l’apparente serenità degli altri, il loro volteggiare con grazia nel mondo. Mi sono addormentata di traverso nel letto pur di guardare la luna dalla finestra. Ho sperato più di una volta che il caffè, la mattina, si facesse da solo. Ho camminato tanto. Ho assaggiato la granita di fico d’india per decidere che mi piace quasi più di quella alla mandorla. Ho guardato in occhi sperando che non scomparissero tra la folla. Ho in-spirato e ho e-spirato. Mi sono sentita a casa in un sud isolano e ventoso.

Ho sperato che l’estate si trasformasse in autunno solo a patto che tutto si colorasse d’oro e di rosso e non affogasse in un pantano di fango grigio. Che non tornassero le paure. Che non tornassero le pareti silenziose. Che non tornasse quel caos calmo che anestetizza e riduce.

Stacco la ragnatela e mi godo la fragilità di questo errore, tutto da preservare.

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