Festeggiare il giorno del gatto?

Festeggiare il gatto. Cedo, non cedo. Cedo, non cedo.

Mi dirai, io il gatto non ce l’ho. Quindi non cedo. Io il gatto, anzi i gatti, ce li ho avuti. Quindi cedo.

Sai davvero cos’è questa festa? No, anzi confesso che l’ho scoperta oggi, dalle immancabili milionate di foto postate su facebook. Ma Bettino. E quindi cedo.

Sono cresciuta in una casa di gatti. Non per scelta. Eravamo zona di transito. Una sorta di punto di riferimento naturale. Case circondate da fasce incolte, un’unica strada non particolarmente trafficata, accesso libero da vialetti pedonali. Il nostro era un balcone accessibile da due lati, uno per gli umani con una scaletta e un cancelletto ad altezza fianchi sempre aperto e l’altro per i gatti (ogni tanto anche qualche riccio si intrufolava) con una ringhiera a far da divisorio con lo spazio dei vicini.Orbetto

Eravamo una delle due famiglie residenti in pianta stabile nel condominio, circondati dalle persiane chiuse delle secondo case. Si popolava solo d’estate o, a macchia di leopardo, anche per Pasqua o Natale. Varese, Milano, Monza calavano per bagni di sole e aria di mare. Calavano e si ricordavano per quindici giorni l’anno di come vedere Portofino aprendo la finestra valesse tutto l’oro del mondo (o almeno l’oro che avevano sborsato per le loro seconde case).

Comunque i gatti erano affar nostro. Erano loro che sceglievano noi e non viceversa. O meglio, ogni tanto noi ne eleggevamo uno a preferito. La Nera è stata la prima che ricordo. Spigolosa, taciturna. Stava in casa, se voleva, di giorno, acciambellata su una sedia della cucina. Non si avventurava nelle altre stanze. Di notte, rigorosamente, dormiva fuori. Non c’era da discutere con la Nera. Lei sapeva. E usciva.

Se già con Yddu, gatto obeso e non particolarmente perspicace le cose erano un po’ cambiate, è con Bettino che è avvenuta la rivoluzione. Le vecchie pubblicità Barilla (bambina – pioggia – gattino cisposo) le abbiamo inventate noi.

Bettino (al secolo Orbetto) ce lo siamo trovato insieme a tre fratelli una mattina sullo zerbino del portone. Voglio credere che sia stato per amore a prima vista che a differenza degli altri (più vagabondi e opportunisti) lui si sia accovacciato su di noi. Era il più sfigato: senza un occhio (da lì il nome, poi abbreviato in modo affettuoso in Betto e infine Bettino), senza un orecchio e decisamente pasticcione. Un cartone animato goffo. Bettino che cerca di afferrare la goccia del rubinetto con una zampa. Bettino che si nasconde per metà dietro lo stipite della porta pensando di essere invisibile (e certo, nascondeva solo la parte con l’occhio buono). Bettino geloso dei libri di latino sui quali se non lo consideravo troppo, si sedeva incurante degli esami o delle versioni.

Bettino, così scemo, da farsi beccare ogni volta che cercavo di farlo sfuggire al rituale della messa fuori dalla porta di notte. Così infantile da giocare per ore dentro e fuori dai sacchetti di carta. Non chiedetemi per quanti anni mi ha fatto agguati nel buio del corridoio o per quante volte è tornato malconcio dalle azzuffate con gli altri. Bettino era lì. assenza del gatto

Si è ammalato, come tanti. Quelle malattie da gatti che prima tolgono l’appetito, poi fanno il pelo brutto, poi sgretolano la forza nelle zampe e infine rendono cespuglio bavoso e insensibile alle carezze e agli scherzi. Gli ultimi tempi stava su un materasso fatto di lenzuoli vecchi e coperte (avevo sempre paura che avesse freddo, come me) e non credo mi riconoscesse più. Perché sempre ho avuto questa presunzione (o questo bisogno) di essere stata speciale per lui. Un pomeriggio, lo hanno fatto per amore suo e mio, tornando a casa, non c’era più.

Ho una foto sua, grande, che mi segue in tutti gli spostamenti.

Perché dopo di lui, nessuno più.

 

Dedico il ricordo ancora innamorato di Bettino a Lucia, Giulia, Gaga, Eleonora e Vania, Laura. E ai loro gatti.

 

 

 

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