Il grande futuro (grazie a Giuseppe Catozzella)

Il grande futuroDeve essere destino che tra me e i libri di Giuseppe Catozzella non scatti il colpo di fulmine. Era successo con Non dirmi che hai paura dal quale peraltro non credo di essermi ancora staccata del tutto dopo oltre sei mesi dalla lettura. L’ho scelto o meglio lui ha scelto me dopo molti mesi dalla pubblicazione. Non era bastato aver letto la quarta di copertina, averlo preso e riposato sullo scaffale varie volte. Non era stato sufficiente nemmeno il consiglio di persone di cui normalmente mi fido. Per il Grande futuro è andata esattamente così, anzi di più: per questo libro giallo, edito Feltrinelli, che non si può non notare sia perché è sfacciatamente sgargiante sia perché piccolo non è, avevo anche l’esperienza positiva della storia di Samia. Eppure niente. La frase:

Con leggerezza e pienezza alla “Mark Twain” Giuseppe Catozzella racconta una storia che, attraverso la leggenda, cerca il presente e nel presente si avvita. Con febbrile determinazione

mi ha allontanato. Fino all’ennesimo viaggio Verona – Roma in cui non avevo niente da leggere. E sgargiante, lui, stava ancora in bella mostra sugli scaffali Feltrinelli della stazione.

Non tradirò il mio approccio alle “non recensioni” raccontando la trama, sottolineando personaggi più o meno riusciti o incongruenze o eventuali punti in cui (eh sì, in ognuno di noi alberga uno scrittore) io avrei fatto diverso.

Dirò solo leggetelo. Superate le prime pagine “leggendarie” e sfumate. Siate pazienti. C’è un punto di non ritorno.

Come spesso mi succede circa a metà del libro ho un bisogno fisico di andare in fondo: ringraziamenti dell’autore, note su eventuali connessioni con eventi realmente accaduti e – proprio – le ultime righe del romanzo. Il mio punto di non ritorno:

Grazie ad Alì per avermi raccontato della sua vita tutto ciò per cui ha trovato parole. Oggi, Alì, dedica le sue giornate a tenere i bambini del villaggio lontani dalla guerra.

Ritornata al punto in cui avevo abbandonato la lettura, niente è stato più come prima. Come se da storia per bambini, fosse diventata storia da grandi (passatemi il termine).  La leggerezza apparente che un po’ mi disturbava è svanita lasciando

Combattenti Somali (Telegraph UK)

posto a una “visceralità” e a un’intimità che mi si sono attaccate dentro e hanno iniziato a scavare. E io, cosa avrei fatto?

Davanti a uno che trova le parole per raccontare (e non per spiegare) la sua vita, i concetti astratti di bene e male, di giusto e sbagliato scivolano via. Le categorie che ci servono per determinare e determinarci, per giustificare e giustificarci si dissolvono. Davanti a uno che trova parole impossibili per raccontare la sua vita “A me è andata così” tu non hai più armi. Le parole:

 

“Non abbiamo più niente,” disse. Fu la prima cosa che disse con parole sue.

“Ci rimane la voce. E’ preziosa. Non va sprecata.”

La ascoltai, smarrito nel suo miele.

“Qui dentro ci hanno tolto tutto,” continuò. “Ma moriremo da esseri umani e non da bestie.”

Non è stata una lettura facile. Ho sottolineato – con buona pace dei puristi del libro – un sacco di frasi. Mi sono dovuta fermare tante volte. Ho letto spesso in treno, con la musica nelle orecchie e mi sono accorta – un po’ come quando mia sorella mi faceva le punture e io sparavo a palla la musica nelle orecchie per distrarmi e sentire meno male – che il suono mi aiutava a non piangere. A sopportare non solo il dolore delle parole, ma la paura che quella rabbia lì, ce la posso avere anche io. Che quel desiderio di dare e togliere la vita forse è talmente atavico, talmente connaturato che è meglio farci i conti. Che è meglio pensare che non sia solo un’eccezione. E che ci sono degli antidoti.

Marya riuscì nel miracolo di farmi tornare ciò che da tempo non ero più: un uomo avvolto nel cuore caldo di una storia

E quindi sì, leggete Il grande futuro.

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