inezie

E’ il giorno dell’uscita, quella vera. Non la differenziata, la farmacia o l’incontro fugace con il meccanico sotto casa per il cambio della batteria. L’uscita vera, quella che prevede la macchina, il parcheggio, i negozi, l’ospedale, il lavoro. Chiavari, Lavagna, Sestri, luoghi esotici e al confine dell’impero casalingo che il virus ha costruito intorno a me. Non smetterò mai di dire che se posso anche solo scrivere di queste inezie è perché sono tra i fortunati che hanno una casa, ancora un lavoro, una tessera sanitaria e una rete amicale e famigliare che mi permette di preoccuparmi “insieme”, che mi permette di avere paura, di arrabbiarmi, di sperare, di ridere. Che mi spinge anche a non fermarmi al mio davanzale o alla soglia del portone per cogliere o accogliere chi – lontano o vicino – questa fortuna non ce l’ha.

Il continuo mediare tra il mondo social e il mondo reale, tra la paura di morire forse domani e la paura di non mangiare oggi, tra la malinconia e la solitudine per affetti fisicamente lontani e l’estraneità tangibile dovuta a uno status “altro” (senza fissa dimora, disoccupato, straniero, handicap, anziano) non solo mi interroga, ma mi dilania, facendomi muovere senza equilibrio e senza rete.

La forza che cerco e che non mi riconosco non è quella di risolvere tutto, ma quella di accettare tutto e assumerlo come mio. Devo trovare un centro, mi sono ripetuta tutto il giorno.

Un centro mentre metto il rossetto, non ricordandomi della mascherina.

Un centro mentre compilo due autocertificazioni diverse. Leggo attentamente e mi chiedo cosa scrivere. Ho due lavori in due posti diversi, che prevedono due spostamenti diversi. Devo però anche, per ragioni di salute non mia, passare in ospedale e devo fare acquisti necessari e urgenti per i miei genitori al di fuori del nostro comune di residenza. Che cosa devo dire? Che cosa devo scrivere? L’idea del controllo, di non essere credibile, di dover dimostrare che sì, ho bisogno di spostarmi e di fare queste cose e che ne avrei fatto a meno ma che no, non era possibile, mi mette a disagio. E’ la stessa sensazione che ho avuto per due anni uscendo dalla stazione di Ventimiglia per l’attività legale e non solo a favore delle persone migranti che da sempre cercano di passare il confine, ma sono imbottigliate alla frontiera da leggi stupide e inutili. La sensazione di illegalità, di errore pur agendo comportamenti assolutamente corretti e legittimi. Questo sta facendo il virus nella mia testa. Necessario e non necessario diventano concetti ambigui e arbitrari. Da dimostrare, non solo da dichiarare.

Un centro, mentre ripeto come una scolaretta le istruzioni per metti la mascherina/toglia la mascherina, guanti sì/guanti no, igienizzante o sapone? per la permanenza in ospedale. Mentre ripeto sapendo che sbaglierò qualche sequenza, non foss’altro perché, non trovando bidoni per i rifiuti speciali, sono tentata di appallottolare tutta quella sicurezza e tenerla in macchina fino a casa. Poi vedo un viso, sento una voce e decido che no…meglio un bidone della spazzatura normale che in auto con uova, caffè e colomba equi e solidali. Guardo le persone intorno a me, in coda a un metro di distanza gli uni dagli altri. Osservo la voglia di contatto, di parola mista a sguardi diffidenti. Siamo tutti potenziali untori. Con la distanza ormai abbiamo fatto i conti, forse, ma le mani non riusciamo proprio a tenerle ferme. Nel tempo di una rampa di scale ho visto rispondere al telefono, tirare giù la mascherina, tirare su la mascherina, pizzicarla a livello delle labbra, scostare la ciocca di capelli, appoggiarsi a un muro, contorcere il sacchetto per un parente ricoverato, rispondere nuovamente al telefono, riporlo in tasca, entrare in reparto a cercare il parente di prima. Nel ripetermi come un chirurgo la sequenza salvifica, come un mantra, sorrido sperando che il vero antidoto a tutto ciò sia la vitalità, l’eccezione che conferma la regola, la crepa che fa entrare la luce.

Un centro mentre piego un ginocchio operato che non si vuole più piegare, mentre installo zoom e skype, mentre chiedo se famiglie sparse per l’Africa stiano bene, se la carne era buona. Mentre ascolto le preoccupazioni per lavori che sfumano, per cassa integrazioni che arrivano, per affitti difficili da pagare, per richieste di non essere lasciati in mezzo a una strada, anche se poi il covid finisce. Un centro mentre guido con il sole in faccia finalmente libera dalla mascherina troppo grande, dal maglione, dalla sciarpa, dai guanti. Un centro mentre chiedo ai mie genitori, che non vedo dal 7 marzo, di non avvicinarsi al cancello ma di prendere la spesa così, quando mi sono allontanata un po’, di lavarsi le mani poi. Di stare su, a distanza, mentre mi passano i canestrelli fatti da papà e mia mamma mi chiede se ho due mollette che i capelli non ci stanno più, dove dovrebbero stare. A distanza, mentre vogliono subito regolare i conti, mentre conto i gradini e mi sembra così strano e così terribilmente normale non scavalcare il cancello per raggiungerli.

Cerco un centro mentre sdraiata sul tappeto faccio fluire il respiro agitato, mentre ascolto una voce che torna dal passato (la quarantena fa davvero ritrovare?), mentre confondo un gomito con una spalla, un nome romano con un altro, mentre elenco compleanni troppo vicini e scambio video di karaoke improvvisati. Mentre cerco di capire se le badanti siano o no state ricomprese nel Cura Italia, se i buoni spesa debbano essere spesi per intero in un’unica soluzione oppure siano frazionabili, se ci sia un modo per riportare al buonsenso e non alla miope formalità un call center. Un centro mentre aspetto una buonanotte, chiedendomi se in tempi normali, mi sarei accorta di tutte queste piccole, grandi, essenziali, inezie.

Foto di DrScythe da Pixabay 

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