Inshallah, la commissione

E’ un lunedì di fine giugno e a Genova fa molto caldo. Come Africa, ma qui non è Africa mi dicono i due ragazzi con i quali cammino verso la Prefettura evitando le zone assolate. In treno li osservavo, eleganti a modo loro per l’appuntamento di oggi. Orologio, catenina al collo, pantaloni bianchi strappati sulle cosce. Auricolari e cellulare sempre in mano, anche quando non serve. Ho imparato a conoscerli e so che sono nervosi. Inshallah ripeteva uno, mentre l’altro guardava fuori dal finestrino il mare, sguardo basso e sfuggente.

Sono arrivati nel giugno del 2017 e oggi – dopo due anni – hanno l’audizione della Commissione Territoriale che valuterà la loro richiesta di asilo. Come mi è stato ben sintetizzato una volta, l’audizione sono quei venti minuti in cui devi convincere qualcuno a salvarti la vita. In realtà un po’ più di venti minuti.

Due anni, tre centri di accoglienza in tre luoghi diversi, escluso il porto di sbarco, corsi di alfabetizzazione, un tirocinio che è diventato nel frattempo un lavoro. Ventiquattro mesi di attesa per questa giornata. Inshallah, Dio è grande e io avrò i cinque anni, mi ripete uno di loro da giorni. Settecentotrenta giorni di sospensione e di nostalgia, di non essere né qui né lì, con la paura che il qui possa finire presto e senza appello.

Penso questo mentre attendiamo di poter entrare. Appuntamento per tutti alle 8,45, indipendentemente dall’orario in cui poi avverrà l’incontro. Quelli della Commissione li riconosci, e non solo dal colore. Hanno uno zainetto sulle spalle o che stringono forte se sono seduti, hanno cartelline di plastica e permessi di soggiorno gialli alla mano. Hanno sguardi persi, perché per tutti è la prima volta lì. Spesso sono accompagnati da un operatore, ma a volte arrivano soli. Una delle due Sezioni è al primo piano del palazzo prefettizio: salire le scale, attraversare il cortile, uscire nuovamente, andare a sinistra. Commissione e una freccia indicano di salire le scale. Welcome refugees è il cartello che fuori dalla porta ci accoglie. Poi una sala di attesa, spoglia, brutta, come solo le sale di attesa non curate sanno essere. Ha una pianta irregolare, con una rientranza e una finestra, sedie su tutti i lati, spaiate. Una è una poltrona con le rotelle e lo schienale alto. Conto mentalmente quante persone. Conto mentalmente quante ore sarà necessario aspettare.

Chi entra saluta chi è già seduto. Stretta di mano seguita, il più delle volte, dalla mano destra sul cuore. C’è chi si incontra dopo tanti mesi, il viaggio sul gommone o una permanenza costretta in Libia come eredità comune. E’ un momento di solitudine estrema nonostante la babele di lingue e dialetti che si spargono nell’aria insieme a qualche risata.

Ci accomodiamo anche noi, senza un criterio. I ragazzi sono tutti maschi, a occhio tutti sotto i trent’anni. L’appello sancisce l’inizio. L’arrivo dei mediatori che faranno, a gruppi linguistici omogenei, l’informativa sulla giornata, ci conduce piano piano al cuore della questione.

Io sono una spettatrice. Mi guardo intorno e odio la sciatteria di questa stanza. Odio la noncuranza con cui si dice di aspettare, con cui si sbagliano i nomi, con cui si dicono particolari di vita ad alta voce. La routine – sicuramente pesante – abbassa la capacità di empatia. Sarà sopravvivenza e nessuno si ribella. E io non ho il diritto di puntualizzare, di sbadigliare, di stiracchiarmi, di sbuffare per l’attesa. Io sono safe.

Le ore passano e la stanza muta. Meno persone, qualcuno dorme, qualcuno cerca una presa per il cellulare, qualcuno accende e spegne il condizionatore, qualcuno non può fare a meno del bagno e qualcuno cammina avanti e indietro, sbirciando dalla porta, quasi che il movimento possa velocizzare la procedura.

Mi soffermo sull’unico ornamento della sala. E’ un poster che reclamizza (non trovo parola migliore) un programma di rimpatrio volontario assistito. Una breve spiegazione e un numero verde. Sorrido amaramente: sono circondata da persone che se va bene hanno aspettato due anni per raccontare la propria storia di fuga e dolore, che sanno (Inshallah, non voglio sentire parlare di ricorso) che la percentuale delle domande respinte dalla Commissione si aggira in questo periodo intorno all’80% (nella stanza questa mattina sono dieci e i calcoli sono presto fatti) e l’unico messaggio che istituzionalmente sappiamo dare è Sai che c’è? Se vuoi ti organizziamo il volo di rientro nel tuo paese di origine.

Credo che la migrazione sia un movimento circolare, che non sia lineare nel tempo o nello spazio e che in fondo al cuore di tanti ci sia il desiderio di ritorno. Non sono quindi scandalizzata dal programma, anzi, in molti casi è un’opportunità. Ma non qui. Non oggi. Non per chi sta ancora provando a far valere il suo diritto di protezione, per chi sta provando da mesi, se non anni, a costruirsi un presente e un futuro in una terra probabilmente non scelta, ma trovata sul cammino. Sono contenta che nessuno presti attenzione al poster, che nessuno mi chieda.

Inshallah, ora ho fame. Esce il primo. Esce il secondo. Salutiamo chi ancora aspetta. Facciamo la strada al contrario, ritorniamo nel sole. Ritorniamo ad aspettare.

Inshallah io spero tu possa tornare nel tuo paese, un giorno. Ma quando lo deciderai tu. Non ora. Non qui. Non per decreto.

 

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