Inshallah (quando affidarsi è uno stile di vita)

 

Inshallah. Insieme a fingerprints e go to France è la parola che più ho sentito in tre settimane.

Quando ero arrabbiata, quando ero frustrata, quando ero delusa o impotente, ecco un inshallah che arriva. E quando lo ascoltavo – occhi che guardano il cielo, mano sul cuore oppure palmi levati in alto, non come resa ma come offerta – mi veniva solo da aggiungere we can help this inshallah…ma aiutiamolo pure, questo inshallah.

sorrisoE allora inshallah Habibi. Che tu possa trovare un medico sempre, per gli sbalzi della tua glicemia. Che tu possa affidarti a lui come ti sei affidata alle mie carezze. Potevo solo dirti, doctor, quick perché il tuo inglese e il mio arabo ci permettono solo di intrecciare le dita. Inshallah anche a tuo marito, che non ti ha potuto accompagnare in ospedale, perché oltre al mediatore, non c’era posto in ambulanza. E’ rimasto in silenzio a fumare fino al tuo rientro. Unico compagno il “nonno” egiziano, scappato da Sirte. Inshallah anche a lui, che è stanco, tanto stanco di seguire una meta che non c’è, e che quindi si fermerà in Italia e vi lascerà soli proseguire il vostro viaggio.

Inshallah Susu e ai tuoi cinque figli, scappati dal Darfur. Inshallah Susu, vedova a 42 anni con i tuoi vestiti pesanti e scuri. Inshallah che tu trovi il tuo sesto figlio, in Francia. E che Sufia non perda il suo sorriso e il suo saper contare fino a venti in italiano, che non perda quella voglia di corrermi incontro battendo il cinque dicendomi buongiorno, come fosse una conquista. E inshallah anche a tuo figlio più piccolo, che ti dorme vicino, che ti guarda in silenzio piangere e che poi ride se gli fai il solletico.

Inshallah Arij, che non vedi tuo marito da tre anni e che hai fretta di raggiungerlo in Germania. Così fretta che gli almeno sei mesi di relocation ti paiono un prezzo troppo alto da pagare in cambio della sicurezza dell’arrivo. Inshallah Arji, che a trent’anni ti senti vecchia e ti vuoi sbrigare a raggiungere questa Germania, perché vuoi un figlio. Inshallah Arji che sono undici anni che hai lasciato Asmara, prima per il Qatar e poi per l’Egitto per permettere ai tuoi fratelli di andare a scuola. I soldi dell’Egitto non sarebbero però bastati per pagare anche l’università e allora sei salita su un barcone medio, 60 persone, e ci sei rimasta sei giorni, prima che una nave italiana – thanks god – ti salvasse.
Inshallah
anche a te, che dei sei giorni sul barcone non mi hai parlato della tua paura, ma dei bambini che tenevano gli occhi chiusi perché stremati dalla sete e a cui potevate dare una goccia di acqua alla volta, perché non ne avevate abbastanza. Inshallah a te e alle tue amiche, partite insieme poco prima delle cinque di un venerdì assolato.

Inshallah cara amica palestinese, che fumi come una turca, che bevi litri di caffè e che non vuoi scoprirti le spalle. A te che hai pianto disperata quando ti hanno rubato tutti i soldi, a te che con tuo marito, ogni tanto nonostante tutto, ridete. A te che quando ti sciogli i capelli e metti il kajal sugli occhi sei di una bellezza disarmante, una bellezza antica e dolente. A te che per non pensare, aiuti in cucina e vuoi andare in Belgio. A te che mi guardi e mi dici  Ina good, tu?determinazione

Ad Adam, inshallah, che vuole la parola d’ordine che aprire il cancello. Sem sem o mia mia dipende dai giorni. E poi mi blocca, sulla soglia, contando in italiano. Per mostrare i progressi, fatti tutti da solo.

E alla piccola con tre codini, due dietro e uno davanti, che ogni volta che mi vede prende la rincorsa e si butta per farsi abbracciare. E poi mi tiene stretta stretta, con la sua guancia contro la mia. Inshallah a lei e ai suoi genitori. Lei che mi mostra fiera il suo smalto, che con il fondo di una matita mi trucca e si trucca, mimando rossetto e ombretto. Lei che mostra orgogliosa le scarpe nuove bianche e rosa e che giocando a nascondino con un dado di gommapiuma dice batta batta.

Inshallah a tutti i bambini che chiamano mama la loro mamma. Proprio come i bianchi. Proprio come succede in tutto il resto del mondo.

Vorrei dirvi, a voi e a tutti gli altri, che troverete quello che state cercando. Che lo troverete anche se vi viene impedito o reso più complicato, lungo e costoso. Vorrei dirvi che faccio il tifo per voi, sempre, anche quando vi racconto leggi di cui non vi interessa niente perché si frappongono tra il vostro passato e il vostro futuro. Anche quando la mia visione di cosa è pericoloso e cosa no sembra andare in direzione opposta alle vostre scelte. Quando il mio senso del tempo, il mio senso di protezione, sembra remare contro la vostra determinazione.

Vorrei dirvi che cambieranno le leggi e cambierà la testa delle persone che ora credono che leggi ingiuste ci proteggeranno, ci preserveranno, ci renderanno più sicuri o più ricchi.

Vorrei dirvi che ci sarà – quindi – da qualche parte, non un ponte a ripararvi o un materasso a terra su cui dormire, ma una casa, una scuola, un lavoro, un dottore, una comunità. Come quelle che avete lasciato.

Inshallah.

 

 

 

Rispondi