Un sacco a pelo non fa primavera (inverno a Ventimiglia)

Vorrei tornare a raccontarvi una storia. Sono alcuni mesi che questo spazio è silente. Mesi in cui non sono riuscita a trovare le parole adatte a descrivere, a fissare su carta, quello che ho visto, sentito, sperimentato. Quello di cui ho avuto paura e quello che mi ha fatto gioire. Quello che avrei voluto evitare e quello che, invece, ho tenacemente ricercato.

Vorrei tornare a raccontarvi una storia ed è una storia di persone che lasciano la propria casa perché costrette e che, passando dall’Italia – da Ventimiglia – cercano un presente e un futuro migliore.  E’ anche una storia di solidarietà, di impegno civile e politico. Di incontri, di comunità disgregate che forse però hanno ancora la forza di ricompattarsi. Di un luogo – Eufemia, info&legal point –  e di un gruppo di persone (Ass. Iris, Ass. Popoli in arte e Melting Pot) che hanno a cuore il diritto di tutti a muoversi e a vivere. Un gruppo con il quale mi sento a casa. 

Un giorno qualunque di questo inverno

L’arrivo dei pallet è sempre preceduto da una certa frenesia. Il magazzino dell’infopoint Eufemia, in Via Tenda a Ventimiglia non è grande e in queste settimane il flusso di donazioni, proprio come il flusso di persone in transito, non si arresta. Non appena si palesa il corriere si crea una sorta di catena umana tra i volontari: sacchi a pelo, i kit food (barrette di sesamo, succo di frutta, uvetta) e i kit igienici donati da Medici senza frontiere sono sballati e accatastati in ogni spazio libero. L’ingombro non durerà a lungo. Ogni giorno passano dall’infopoint mediamente tra le 100 e le 200 persone. Chi per ricaricare il cellulare, chi per connettersi ad internet, chi per avere assistenza legale e chi per chiedere vestiti pesanti e scarpe. Il sacco a pelo – piccolo, leggero, caldo – è un bene di prima necessità, non un lusso per chi non ha una casa.

Siamo abituati a questo via vai. Fino a qualche settimana fa la presenza di persone sudanesi era preponderante. Un Sudan giovane, spesso minorenne e solo. Un Sudan al maschile che parla di Francia, Inghilterra, di Belgio o Germania.

La geografia migrante è cambiata. Ora è l’Eritrea ad essere maggiormente rappresentata. Un’Eritrea silenziosa e al femminile, che porta con sé bambini. Tanti. Alcuni già nati altri ancora in gestazione, frutto – facendo i calcoli – delle violenze libiche.

Il Tigrino è un ostacolo. Ci si capisce a gesti: fame, freddo, male. In questo caso – pur essendoci un servizio medico volontario presso i locali della Caritas che dall’inizio del mese scorso fa “turni” anche sotto il ponte dove vivono circa 150 persone – accompagniamo al pronto soccorso di Bordighera o San Remo.

Sotto il ponte, lungo il fiume Roja, ora c’è una distesa di tende e teloni cerati che aiutano a ripararsi dal freddo. Dopo la distribuzione del cibo serale grazie ai tanti volontari e attivisti che da mesi si alternano, tutti si rinchiudono e dopo si sentiranno solo brusii e pianti. Qualcuno, sfidando le regole, accenderà un fuoco. In realtà queste persone non dovrebbero vivere lì. Non c’è razionalità nel rischiare di morire di freddo. Eppure le persone non si spostano. 

Il campo della Croce Rossa è più lontano dal centro della città (circa 4 km) e significa impronte digitali almeno per gli uomini, forze dell’ordine all’ingresso e convivenza forzata di donne, uomini e bambini in spazi non idonei. La stessa “assenza” di razionalità che noi rileviamo rispetto alla scelta di lasciare l’Eritrea, il Sudan, l’Etiopia o l’Afghanistan, se non fosse – per loro – l’unica scelta possibile di vita. E allora il freddo di Ventimiglia non fa paura più paura del mare o del deserto.

Fame, freddo, male. Non sappiamo come si dice sacco a pelo, ma basta indicare il cilindro morbido verde perché ci si capisca. La p

rima pila di sacchi accatastati si assottiglia in un pomeriggio.

Alla chiusura dell’infopoint ce ne carichiamo in macchina un’altra trentina. Andremo in stazione in attesa di chi arriverà con gli ultimi treni e, disorientato, si fermerà lì per la notte o di chi, già a Ventimiglia ha scelto i primi treni del mattino per provare la sorte e continuare il viaggio. Questi ultimi arrivano alla spicciolata occupando gli angoli più lontani dalle porte. L’atrio è illuminato e grande, i bagni però sono chiusi, così come la sala d’aspetto, luogo riscaldato. Qualcuno è un habitué e lo riconosciamo. A ogni annuncio, andiamo sulla banchina, cerchiamo di capire se e quante persone sono in arrivo. Ritorniamo alla macchina e ci carichiamo di cilindri verdi e morbidi. Sembriamo alberi di Natale. Ci aggiriamo goffamente offrendo un sacco a pelo. Qualcuno lo scansa, frettoloso di andarsene, qualcuno ringrazia, qualcuno ne prende due, per il mio amico. Qualcuno ha voglia di parlare, qualcuno si stende e subito scompare avvolto. È comunque freddo, il pavimento. Alle cinque tutto questo sparirà, le imprese di pulizie sono solerti. La polizia ferroviaria la sera non è troppo intransigente anche se il tema della sicurezza è sempre presente. Peccato per i non rari trasferimenti delle persone migranti verso Sud, prelevate anche dalla stazione. Per alleggerire, dicono, la pressione sul confine. Per rendere ancora più disumano, diciamo, un momento di vita.

I sacchi a pelo accompagnano queste vite, a volte solo per una notte, a volte al di là della frontiera. Accompagnano e custodiscono il diritto umano alla felicità.

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