La casa

Per lavoro, talvolta, cerco case. Io che non mi sono mai abituata al luogo in cui sono nata e nel quale vivo la maggior parte del tempo, aiuto persone a rimanerci e a farlo nel modo più confortevole possibile.

Pur non essendo ricca, non ho mai vissuto l’ansia del non sapere dove dormire, del dove tornare la sera, del come pagare l’affitto. La mia casa non è mai crollata, non è mai stata bruciata, invasa, presa di mira da cecchini. Non ho dovuto dividere la mia stanza se non con le mie sorelle e pur nelle lamentele adolescenziali, non è mai stato leso un solo mio diritto. Non dormo per terra se non per scelta, ho a disposizione acqua potabile e il bagno è un luogo igienico, piastrellato e interno all’appartamento.

Da casa dei miei godo la vista del promontorio di Portofino. Nella mia casa attuale, mi addormento e mi sveglio sentendo le onde del mare. Non ho mai messo via i soldi per comprarne una: le banche riderebbero delle garanzie che potrei fornire loro per un mutuo, ma non me ne sono mai fatta un cruccio. Quasi che non avere una casa mia, fosse la possibilità concreta di andare via prima o poi. Fosse l’ultimo paletto – il non avere – alla libertà, all’idea un po’ romantica di vivere tante vite lontane da qui.

Ricordo però, lo dico con dolcezza, l’orgoglio, la determinazione, l’emozione di Diego nel momento della firma, davanti al notaio dell’atto di acquisto dell’appartamento che dà sull’Entella. L’immagine è di quando dopo tanto faticare in salita, molli lo zaino, ti siedi e ti godi la cima. Fosse anche stato per un secondo, era l’uomo più felice della Terra perché era sicuro che nessuno lo avrebbe mandato via; l’uomo più felice per aver pensato concretamente al suo futuro e per aver realizzato qualcosa nella vita. Chi non sente con tanta intensità questo bisogno di radici e stabilità, non lo può capire, lo può solo leggere sul viso di chi ha compiuto l’impresa, lo può solo ascoltare nelle parole che momento per momento ripercorrono l’iter che porta a dire questa è casa mia.

Non so se sia lo stesso orgoglio che vedo negli occhi di chi mi mostra muri, tondini, finestre che piano dopo piano vengono tirati su nel paese di origine grazie alle rimesse inviate mensilmente. Di chi segue i lavori a distanza grazie alle foto inviate con whatsapp o con facebook. O di chi compra un terreno e aspetta, perché vuole tornare per costruirsi da solo, casa.

Casa è un sentire comune, un concetto universale? Ingenuamente direi di si.

E’ possibile quindi slegarlo dal colore della pelle, dalla provenienza, dal ceto sociale o dal titolo di studio? La risposta è no.

Aiutare a cercare casa una persona straniera è una delle cose più avvilenti e umilianti che mi siano capitate. Non l’unica, purtroppo. Anche avere a che fare con funzionari ottusi che adorano usare il potere dato loro dalla burocrazia è frustrante. Lo stridere dell’ambiente elegante e ben educato di certe agenzie immobiliari con la violenza strutturale di cui sono parte, è però qualcosa a cui confesso non ero preparata e contro il quale avrei voluto ribellarmi anche violentemente.

In due anni ho imparato il lessico, le domande da fare, i particolari a cui stare attenta, i tempi e le accortezze necessarie. Sono entrata in molte delle agenzie immobiliari della mia zona. In alcune sono stata messa alla porta in malo modo (con tutti gli italiani che ci sono da aiutare), in alcune la finta cortesia dovuta ai clienti è svanita non appena sono uscita dalla porta (la richiamo non si preoccupi), in altre valeva il concetto dell’intermediario puro (fosse per me, ma faccio quello che dice il cliente). Alcune, ed è stato un piacere, mi hanno spiegato gli ingranaggi, le regole e le dinamiche. Sono state pazienti, mi hanno messo a disposizione le conoscenze, le competenze, mi hanno aiutato a interpretare, a non giudicare, a muovermi in un mondo complesso.

Affittare sembra un verbo di altri tempi. E’ un rischio per il proprietario. Come tutti i contratti può andare bene o male e se va male sono costi immani. Affittare presuppone la presenza di contratti lavorativi di un certo peso sia in termini economici sia in termini di durata. Spesso presuppone referenze. Meglio contratti brevi, seconde case in fondo siamo in zona turistica.

Affittare è una relazione oltre che un contratto. Posso non condividere, ma arrivo a capire il bisogno di garanzia del proprietario e quindi la pioggia di requisiti, spesso troppo selettivi per chiunque. Ma non affittare a stranieri a prescindere, mi pare fuori da ogni razionalità. Fuori da ogni logica, non dico umana, ma quanto meno economica. Poi che io guardi prima l’umano, è un problema mio.

Cosa è che scatta alla parola straniero? Qual è l’immagine che per prima la pancia trasmette alla mente? Se dovessi sistematizzare le risposte avute dai ragazzi nei tanti laboratori sulle migrazioni organizzati in questi mesi nelle scuole direi soprattutto due cose.

C’è un problema di conoscenza della lingua italiana. Mediamente, non si conosce la definizione della parola straniero. Come non si conosce quella di migrante, di extracomunitario, di clandestino o di rifugiato. I significati vengono sovrapposti in modo casuale, le parole vengono usate come fossero sinonimi, termini alternativi. Chi arriva dal mare è clandestino/straniero/immigrato/extracomunitario a prescindere e viceversa chi è straniero/clandestino/migrante/extracomunitario viene per forza dal mare. Nel definire extracomunitari Messi, Obama o George Clooney roviniamo loro la reputazione. Mahmood mette in crisi anche i più esperti: dove andrà collocato con questo nome arabo e l’accento milanese? Non mette in crisi invece il compagno di banco che se è nato qui e ha “solo” i nonni in Cina, non è cinese, è il mio compagno di banco e quindi è italiano.

E c’è un problema di scarsa conoscenza del fenomeno migratorio. E’ più facile credere alla teoria dell’invasore. E’ più rassicurante seguire chi ci dice prima gli italiani mentre vengono calpestati i diritti di tutti, pensando che questo ci garantisca, ci tuteli, ci faccia stare meglio. Lo straniero non è la causa dei problemi del nostro paese, ma è una delle tante vittime del sistema economico – sociale vigente.

Che cos’è che scatta? Il colore della pelle? Il mezzo di trasporto con cui si arriva in Italia? Il portafoglio? Il certificato di sana e robusta costituzione? Cosa scatta per non affittare a priori agli stranieri? Tenderei a escludere la capacità di usare i congiuntivi, la conoscenza della cultura italiana o l’assiduità nella frequentazione di chiese e oratori in cui anche noi nativi non brilliamo più da molto tempo.

Non so se sia vigliaccheria o semplicemente una strategia di sopravvivenza, ma ultimamente alle agenzie immobiliari telefono. Faccio tutte le domande di rito e poi aggiungo l’appartamento non è per me, ma per due amici stranieri. E’ un problema?. E’ come se volessi evitare a me e ai miei amici l’umiliazione – nel caso – di una scusa, di una bugia. Do una via d’uscita all’agente immobiliare di turno. Dire in faccia a qualcuno che avrebbe tutti i requisiti, ma che semplicemente è nato in Gambia che non si affitta agli stranieri è più difficile che dirlo a una voce gentile al telefono che si presuppone essere bianca.

Non so se sono vigliacca, ma ho smesso di dare ragguagli ai miei due amici su come va la ricerca della casa. Mi limito a generici non mi hanno ancora richiamato, lo hanno appena affittato. E’ un modo per proteggerli da quello che loro comunque sanno, che sperimentano tutti i giorni e che li spaventa. Già, so che è un concetto che può sembrare nuovo ma le persone straniere, spesso, hanno (anche) paura. Hanno paura di essere mandate via, hanno paura di essere picchiate, hanno paura degli insulti. Evitano i luoghi “bianchi” (spiagge, bar, ristoranti, palestre….), hanno timore di chiedere se non hanno capito e che la loro gentilezza o la loro riservatezza vengano scambiati per comportamenti pericolosi o antisociali.

La casa, la residenza non è solo necessaria per rinnovare il permesso di soggiorno, ma è il luogo in cui sentirsi sicuri, in cui sentirsi parte. Casa qui spesso è l’unica opzione a casa là, quando casa là non esiste più o è troppo pericolosa o non è sufficiente per vedere crescere e realizzare i propri sogni.

 

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