La città dei vivi

Tra i regali, pochi, del periodo di isolamento domiciliare, c’è stato il tempo. Tanto. Un tempo strano, volubile come la primavera. Un tempo che sapeva essere lento, che scivolava via lasciando una sensazione di vuoto e di immobilità, ma che sapeva però anche trasformarsi repentinamente in vortice, in risucchio, in curiosa attesa di quello che verrà. Un tempo fisarmonica che mi ha sfidato apertamente: cosa ne vuoi fare di me? In cosa mi trasformi? I libri, in questo periodo, sono stati e sono presenza fisica e attitudine mentale. Sono stati e sono gli abbracci mancati e la prospettiva che sembra essere venuta meno.

Se non avessi letto un post di un amico che stimo tanto, non avrei scelto la Città dei vivi. Non conoscevo Nicola Lagioia se non per essere il Direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino e per essere uno “del giro della Holden”. Non avevo, prima di ora, letto nulla di suo e confesso che non mi era nemmeno mai venuto in mente di farlo. Non essendo un personaggio da gossip, non sapevo niente della sua vita, banalmente da dove viene, l’età. Pensandolo a Torino, così, con un incarico del genere mi ero semplicemente fatta delle idee su come e dove collocarlo culturalmente, politicamente, socialmente, artisticamente.

Né la sinossi, né le recensioni che ho cercato, confesso, mi avevano poi attratto. Solo il post di Luca. La città dei vivi non era il libro per me, ne ero certa. E’ stata la scrittura. Sono bastate alcune pagine per abbandonare le altre ipotesi di lettura del momento e farmi stare inchiodata al divano, al letto, alla poltrona per tutto il tempo necessario. Non sono stata bene, leggendo. Ho dovuto interrompere varie volte, alzare lo sguardo dalla pagina e guardarmi intorno. Ancorarmi a Palladio, elefante per me semiumano che vive sul letto da oltre trent’anni. Tranquillizzarmi con il tremolio della candela alla vaniglia, cambiare posizione e guardare il mare. Toccare il cuscino, controllare i messaggi o gli aggiornamenti su facebook, stringere le mani intorno alla tazza calda di tisana alla carota, curcuma e zenzero. Non sono stata bene ad affrontare tutta quella malvagità gratuita, descritta in modo piano, senza giudizio e con parole esatte. E’ stato gettato un sasso nella vita di tre, anzi di tante persone e La città dei vivi mi ha portato a vedere fino a dove arrivano le onde provocate da questo sasso. E poi, mi ha trascinato giù giù fino a dove il sasso forse, si sarebbe posato per provare a ipotizzare il perché. Credo che il sasso, per nessuno, si sia ancora fermato. Credo che le onde, per tutti, saranno un moto perpetuo.

Ci sono tre ragazzi, le loro famiglie, le loro conoscenze e c’è Roma, più viva e più morta dei vivi e dei morti. Ho voluto credere, pagina dopo pagina, forse per salvarmi, che una cosa così viscerale, così insensata, così enorme, così definitiva senza in realtà avere una fine, potesse succedere solo lì. Ero quasi riuscita a convincermi, scappando dalle pagine, dalle vie della movida, dalle strisce di coca o dagli eccessi e dalla fame di sentimenti ed emozioni, che a me non sarebbe mai successo. Che io no, non sono così. E nemmeno quelli che conosco.

Ma poi questo “Se tuttavia dovevo indicare, subito dopo l’istinto di sopraffazione, il male che mi sembrava precedere gli altri, l’avrei rintracciato in una particolare solitudine. la solitudine che, tanto più se affollata, ci fa marcire nel nostro ego, e che è tutt’uno con la paura di non essere compresi, di venire feriti, derubati, danneggiati, la paura che ingrassa le nostre sfere invisibili, che ci porta a calcolare nell’angoscia, la paura attraverso cui passa, pervertito, persino il bene che ci sforziamo di fare“.

E lo sgomento, al di là della vicenda narrata, per la consapevolezza che nemmeno io posso conoscere per davvero. Forse posso solo amare nonostante tutto e cercare un po’ di pace, al di là della razionalità e della comprensione.

Foto di Wendy Corniquet da Pixabay 

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