La giornata del rifugiato (ritorno a Lampedusa)

Che ve lo dico a fare se tanto non cambia niente?

A cosa serve rispondere a tutte le vostre domande, raccontare mille e mille volte la mia storia – da dove vengo, cosa cerco, se mi manca la mia famiglia – se poi, quando ve ne siete andati, vi dimenticate di me? Cosa c’è oltre le vostre parole?

Lampedusa mi accoglie con frotte di turisti e un mare da fare invidia al paradiso anche se qui, i residenti dicono che ancora non è stagione. Via Roma, rispetto a gennaio o febbraio è viva. Negozi, bancarelle, bar, struscio e discorsi in dialetti e lingue diverse. La sera, anche qui, le donne si vestono da donne e gli uomini, mariti, fidanzati o compagni che siano, invece, non abbandonano bermuda e polo. Qualche camicia, mocassino e pantalone lungo, ma è l’informalità a prevalere. In mezzo al flusso lento e svagato di coppie e famiglie camminano i turchi o clandestini come vengono chiamati qui i migranti, talvolta con una vena di affetto nella voce. Non hanno in mano nulla e per lo più sono in ciabatte. Li guardo e sento il primo pugno allo stomaco, la prima ribellione al concetto di ordine e di sicurezza che le leggi dicono di voler tutelare. La prima rivolta all’abitudine e all’accettazione che le cose non possono che essere così. Li guardo, seduta a un tavolino e vedo due mondi che scivolano uno accanto all’altro. Coesistono, ma non si toccano, almeno apparentemente.  Penso alla possibilità di mangiare un gelato, che solo uno dei due mondi – in questo momento, su via Roma – ha.

Sono ritornata da due giorni. Lampedusa ha un nuovo sindaco e vecchie preoccupazioni, peraltro legittime. Troppi ospiti all’hotspot per la capienza reale, il balletto delle responsabilità sulle uscite dal buco della rete e non dall’ingresso principale, il problema del decoro, per i turisti.

Sono ritornata da due giorni e sotto gli alberi, in piazzetta ad aspettare pazientemente il turno all’internet point organizzato gratuitamente da Mediterranean Hope, vedo una trentina di ragazzi somali magri magri. Ogni tanto sorridono e alzano il dito, è ok dicono. Qualcuno si conosceva da prima del viaggio, altri hanno affrontato solo il mare insieme sbarcando a fine maggio. In questi pomeriggi assolati, Facebook e whatsApp ma anche youtube e il calcio mercato europeo sono bisogni primari. Ieri la notizia dell’ennesima autobomba a Mogadiscio ha suscitato preoccupazione. La voglia di sentire casa era, per alcuni, più urgente. Questi visi, questi occhi gentili e color nocciola non nascondono ancora le lacrime, come  fra gli adulti induriti, se non riescono a comunicare. Ma quando va tutto bene, la stanza si riempie di un cicaleccio incomprensibile e ininterrotto.

Sono tornata per questo. Anche se non so rispondere alla domanda cruciale, quando verrò trasferito?. Anche se li sfioro per pochi minuti in una giornata senza un grande senso, se non quello dell’attesa e dell’incertezza. Anche se so, che più a nord, non sarà facile e le domande saranno spesso inevase.

Che ve lo dico a fare, se poi non cambia niente?

 

Ieri, 20 giugno, si celebrava la giornata mondiale del Rifugiato. Alla fine del 2016, ricorda l’UNHCR, erano 65,6 milioni le persone che hanno dovuto abbandonare forzatamente le loro case. Forzatamente vuol dire che non avevano alternativa o per ragioni di violenza o per ragioni di instabilità economica, politica o climatica. In tutto il mondo, alla fine del 2016 la maggior parte dei rifugiati – l’84 per cento – si trovava in Paesi a basso o medio reddito, con una persona su tre (per un totale di 4,9 milioni) ospitata nei Paesi meno sviluppati. La Siria è ancora il Paese con il numero più  alto di persone in fuga: 12 milioni di individui (quasi due terzi della popolazione) sfollati interni al Paese o fuggiti all’estero come rifugiati o richiedenti asilo.

Sempre secondo i dati UNHCR in Italia a metà del 2016 si contavano 131.000 rifugiati, due ogni mille abitanti, in Europa. A Lampedusa, all’interno dell’hotspot ad oggi ci sono circa 400 migranti in attesa di trasferimento.

A fronte di questi bisogni, di queste cause e di questi numeri, come facciamo ad avere paura?

 

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