La guerra in casa

C’è un tempo per tutto direbbe qualcuno.

Da alcuni anni, La guerra in casa, passa – intonso – da uno scaffale all’altro, da una stanza all’altra, da una pila di libri all’altra. Quel una come te, lo avrà letto sicuramente detto con scioltezza in una conversazione, mi aveva messo in imbarazzo. Sarà che, magari di nascosto, un po’ mi piace essere riconosciuta per una come me, una che prova a interessarsi del mondo e delle sue vicende e che, quando e dove può, va a vedere. Lo avrò letto sicuramente? Anche no mi sono detta, ma sono andata in libreria ad acquistarlo. Non solo La guerra in casa, ma anche La frontiera addosso. Luca Rastello era già morto e io non avevo idea di chi fosse. Eppure le cose che raccontava – leggendo le quarte di copertina – erano anche le mie cose. La ex Jugoslavia, il suo esploderci vicino e il suo frammentarsi è stata la prima guerra di cui ho coscienza. La prima guerra che mi ha fatto pensare di andare, di fare qualcosa. Impulsiva, incosciente, presuntuosa nei miei diciotto anni appena compiuti. Ricordo un frustrante colloquio con la referente di Caritas locale che senza grandi giri di parole mi aveva fatto capire che non era proprio il caso che io partissi. Me ne sono stata, un po’ compiaciuta di questa mia idea “buona”, un po’ abbattuta, sentendomi una sorta di Calimero della solidarietà e sicuramente arrendevole poiché non ho cercato altre strade se non dopo molti anni, per andare a Sarajevo, Mostar o Dubrovnik. Sono così rimasta aggrappata alle pagine dei libri che descrivevano quasi in tempo reale l’orrore. Bosnia, Rwanda, Somalia: le mie prime guerre sono state così, letterarie. E’ solo nella seconda metà degli anni ’90 che le pagine si sono trasformate in voli aerei, villaggi, lingue diverse, case, cicatrici, tombe.

Questa eterna lotta tra andare e venire, tra stare e partire non mi ha mai abbandonato, neppure ora mentre conto con ansia i giorni che mancano alla riapertura delle frontiere, almeno regionali. Ansia che non aprano e paura che, una volta aperte, io non sappia più andare.

Il tempo de La guerra in casa, edizioni Einaudi è arrivato ora. Impolverato e paziente.

Quarantott’ore dopo ti senti piuttosto disorientata. E molto arrabbiata. Parlare a gente che non vuole sapere ciò che tu sai, che non vuole sentirti parlare delle sofferenze, dello smarrimento, del terrore e dell’umiliazione degli abitanti della città che hai appena lasciato. E, cosa ancora peggiore, quando poi fai ritorno nella tua città “normale” e i tuoi amici ti dicono “meno male, ero preoccupata per te” – renderti conto che neanche loro vogliono sapere. Capire che non potrai mai spiegare loro davvero nè quanto sia terribile “lì” nè quanto ti fa male essere tornata “qui”. Che il mondo sarà sempre diviso in “lì” e “qui”. (Susan Sontag)

Leggo piano, sottolineo molto. Ho bisogno di silenzio e pause. Pause che riempio con cose piccole, di qui, un po’ per fuggire, un po’ per riscoprire il bello e la fortuna di vivere in questo angolo di mondo.

La gelatina al limone light, per esempio. Acqua calda in cui sciogliere la polverina chimica Universal, poi acqua fredda e frigo per alcune ore. Una bustina per due litri di acqua e 18 porzioni di blob semovente e iridescente. Mi ricorda un viaggio notturno tra Puno sul lago Titicaca e Cuzco. Autobus pieno, un Diego che pensa che lo abbia condotto a morte certa e donne indigene che salgono e scendono a ogni fermata con ogni genere alimentare trasportabile: dall’arroz con pollo all’Incacola ad appunto bicchieri di plastica di gelatina ricoperti di panna spray. Prendere o lasciare. Prendo. Senza pentirmi. La gelatina è sempre presente anche nella cucina di La Paz. Gelatina in cucina e pappagallo nello stanzino della doccia. E la gelatina – alla faccia di qualsiasi regola di sopravvivenza alimentare – si porta dietro in questo viaggio culinario anche il gelato succhiato da un sacchetto di plastica bucato al confine con il Guatemala comprato da un carretto all’angolo della strada, dove posso arrivare da sola, senza rischi in una terra dominata dalla violenza del tutti contro tutti.

Certo a Elena toccherà, secondo un cammino fatale, il mio stesso destino: ignorare, rifiutare, rimuovere allo scopo di differenziarsi, e poi inseguire con disperazione le schegge di vite altrui, con l’amara curiosità che sorge a cose fatte“.

Non è più nobile andare. Non è più nobile restare. E’ che quando dentro sei incrinata, quando dentro manca sempre un pezzo, allora lo cerchi – con disperazione, curiosità, ingenuità, presunzione – anche altrove.

Sto. Al mare ripetendo il congiuntivo del verbo incontrare o ricerche in inglese sugli albori del pop rock. All’ufficio anagrafe guardando mettere l’ennesima impronta digitale per un nuovo – questa volta giusto – nome su una nuova e desiderata carta di identità. Al telefono, cercando tra le parole non mi serve niente, perché mi fai un regalo? idee per festeggiare un diciassettesimo compleanno difficile se passato lontano da casa. Sotto una finestra, con il collo storto, per un saluto veloce in giornate che tentano faticosamente di trovare un nuovo equilibrio. Davanti a uno spritz o a un caffè, chiedendomi fino a dove si può spingere la voglia di azzerare le distanze. Fissando uno schermo immaginando come sarà, quando ti abbraccerò di nuovo. La sera, tra me e me, pensando a che conti dovrò imparare a fare, d’ora in poi, con la distanza, il tempo, l’assenza, la gioia. Che cosa potrò, finalmente, lasciare andare. Di che cosa sarò di nuovo in grado di prendermi cura, senza rimostranze, aspettative, senso di onnipotenza o di colpa. Prendermi cura così, solo con speranza.

Vivere accanto a una diversità dolente spesso significa disporsi al fallimento, accettare l’impotenza dei gesti. Il nostro bisogno, allora, si frantumava e si moltiplicava in domande, si traduceva nel bisogno di spezzare quelle linee soffocanti istituite dai binomi Buono – Cattivo, Pace – Guerra, Europa – Balcani, Qui – Là. Diventava quasi una domanda politica: convivere significava esporsi al dovere di comprendere. E all’eventualità di non essere compresi“.

(Tutte le citazioni vengono, ovviamente, da La guerra in casa di Luca Rastello, che manco a dirlo, consiglio vivamente)

Foto di WikiImages da Pixabay 

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