la libertà di.

Non ricordo cosa abbia fatto a Pasqua l’anno scorso. Nemmeno l’anno prima. Probabilmente l’ho passata a casa dei miei per un pranzo famigliare. Probabilmente, causa turni di lavoro vari e più famiglie con cui riunirsi, non ci saremmo stati nemmeno tutti. Lo avremmo trovato normale. Avremmo recuperato la sera o il giorno dopo. Avremmo conservato almeno un uovo per ogni pranzo/cena riferibile alla Pasqua. E’ così che facciamo ormai da molti anni. E’ così che, in una famiglia forse non più così legata ai riti religiosi, ci si arrangia. Semplicemente, negli auguri di “buona domenica” di oggi, si sostituisce domenica con Pasqua.

Di tanti anni fa, ricordo, il tavolo in sala dei miei allungato per l’occasione e messo di traverso per poter far sedere tutti. Ricordo il servizio blu stile inglese, la tovaglia ricamata e la sotto tovaglia in plastica. I doppi bicchieri e gli antipasti che assaggiavo ancor prima di sedermi. Ricordo il nonno con la carta argentata in testa e una mano in alto, come se fosse un ballerino di flamenco. Lo ricordo da una fotografia. Ricordo dei jeans azzurro chiari e un gilet a quadretti colorati, messi apposta per la messa, quando ancora ci andavo. Avrò avuto forse dodici o tredici anni e i pantaloni, per quanto morbidi, mi segnavano sulla pancia.

A parte una colomba e un vasetto di pesto, non ci sono segni particolari in casa oggi. Credo che la grande differenza, e non so se lo dico con rammarico o no, sia che oggi non devo fare finta di aver voglia di uscire, vestirmi, sedermi a tavola e mangiare….perché si fa così, perché abbiamo fatto sempre così e anche in un futuro senza distanziamento sociale, si farà così. Credo che la libertà di oggi sia augurare buona giornata alle persone che sento vicine, fare una videochiamata a quattro per guardare i nipoti aprire le uova e per un brindisi virtuale indipendentemente da cosa abbiamo nel bicchiere (e se abbiamo un bicchiere). Credo che la libertà di oggi sia sbirciare il sacchetto della colomba e prenderne pezzetti a caso con le mani ogni volta che ci passo davanti. Non il dover fare, ma il voler fare.

Ma le feste non fanno bene nemmeno in quarantena e così, prima della libertà, la fatica di oggi è stata alzarmi anche se avrei voluto rimanere in letargo sotto il piumone e vestirmi, truccarmi, sistemare le sopracciglia, fare la maschera di bellezza e sostituire la felpa con un maglioncino. Poi cantare davanti al pc e indossare i calzini rosa, perché da recenti studi, pare che sia il colore migliore per il morale casalingo.

Sotto il piumone oggi pensavo che questo è quello che mi aspetterà quando sarò più vecchia. Non questo stare in casa, ma l’assenza di prospettiva. La paura che tutti i giorni saranno uguali, senza sorprese, senza novità, senza un motivo per alzarsi. Non mi sento in gabbia fisicamente, non mi pesa così tanto il non uscire tutti i giorni, l’aver cambiato le abitudini di acquisto, di movimento, di socialità, ma mi pesa l’idea che non ci sia un senso. L’idea che sia tutto qui: quello che c’è oggi è esattamente quello che troverò domani e dopodomani e il giorno dopo ancora. Il terrore di appassire. O che mi venga un ictus. Rimanere distesa senza ossigeno per troppo tempo e poi rimanere in un letto ferma e vigile per il resto del tempo e sentire la rabbia, una rabbia enorme che mi divora senza che io possa fare nulla. Da sotto il piumone, però, tutto questo faceva meno paura, mentre elencavo le contromisure.

E allora entro ed esco dal piumone nel gioco eterno della libertà e della fatica, della possibilità e del disincanto perché mi fanno paura gli spazi vuoti e nello stesso tempo quelli troppo pieni di cose già conosciute.

E allora scrivo lettere per essere sicura di lasciar traccia delle cose che voglio dire. Immagino dialoghi romantici, arringhe politiche, discussioni al limite dell’educazione, risposte a interviste televisive mentre cammino per casa, mentre mi sdraio a guardare il soffitto o affondo la faccia nel cuscino. E allora entro ed esco dal piumone e sono, contemporaneamente, seme che germoglia e vetro sul punto di incrinarsi.

Foto di Dominique Knobben da Pixabay 

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