Lettera a un’altalena (nel #tempodiuncaffè)

migrantiElastico, altalena e oceano rispettivamente di Stefania, Francesco e Federica. Devo dire che le parole di questa settimana da mescolare nel #tempodiuncaffè sono molto poetiche. Richiamano alla mente leggerezza, possibilità, risate. Ma il mood di questo lunedì è diverso. Lo spazio della fantasia è pieno delle ennesime immagini di morte e non posso che provare anche rabbia. Perché nel 2016 si continua a lasciar morire in un mare che non è nemmeno un oceano. Perché le altalene sono un bene di lusso. Perché con un elastico vorrei fare una fionda, e non per tirare sassi ai piccioni, seppur non siano il mio animale preferito. E allora la fantasia venata di tutto ciò non può che voler essere un ricordo. Di chi, anche oggi, ha perso il suo presente.

Cara altalena,

credo non ci vedremo per un po’. Sto andando via. Non posso dirti dove. Vorrei fosse un gioco, l’ennesimo che facciamo insieme, ma non è così. Forse nemmeno la mamma e il papà sanno dove. Dicono più su, come se su fosse un posto. Uno zaino a testa. Dopo quattro anni così, sotto le bombe dovrebbe essere facile decidere cosa è importante e cosa no. La foto di classe è importante? le calze sono importanti? Pinki, il pupazzo guerriero è importante? Mamma dice di no, poi mi guarda e dice che se lo schiaccio bene lo posso portare. Lei vedo che porta via un mazzetto di foto, legate con un elastico. Dello zaino di papà non so niente. Ha una sacchetta di plastica, ci sono dentro documenti e soldi. Se la nasconde addosso, sotto due magliette e un maglione. Poi la giacca. Comincia a fare caldo qui, ma su, non sappiamo. Dicono anche a me di vestirmi a cipolla, proprio come quando vado in gita. Io odio le cipolle ma non discuto. Non è il momento.

oceanoCara altalena, questa lettera te la lascio in casa quindi forse è un po’ inutile, perché tu non la leggerai. Ma mamma e papà dicono che non abbiamo tempo per passare dal parco, che dobbiamo camminare fino a un punto e poi ci prenderanno con delle macchine, o dei camion, non sanno. Non possiamo essere in ritardo. Perché i signori non aspettano. Spero che anche Jussef e sua sorella siano nello stesso punto. E’ che domani è il mio compleanno e avevo sperato, anche se la mamma non mi aveva fatto capire niente, che ci sarebbe stata una festa. Nel parco. Non come quelle di prima, ma almeno come l’anno scorso. Un’oretta fuori a spingerci, a tirare calci alla spazzatura, come fosse un pallone. So che non ci sarebbe stata nessuna torta, ma al mangiar poco e sempre le stesse cose ormai mi sono abituato. Un po’ invece mi pesa la cosa della luce, che quando viene buio, è buio e non possiamo più farci niente.

Cara altalena, mi chiedo cosa ho fatto di male per non poter più venire giù, dopo i compiti, e sentirti cigolare. Io spero che almeno su, dove andiamo, ce ne sia una come te, con la buca di terra già fatta a furia di frenare con i piedi, con la seduta di legno rettangolare e non a sediolino che è solo per i piccoli. E magari a coppie, due altalene vicine, così ci si può andare per mano, che la mamma non vuole ma è più divertente.

Il viaggio sarà lungo, credo. Ho solo sentito le parole mare e barca e salvagente sussurrate. Io li so i mari. Quelli intorno a noi sono solo uno, il Mediterraneo, anche se li chiamano in modo diverso. Poi ci sono quelli grandi, tipo gli oceani e sono tre. Ho letto che una volta un signore ha provato ad attraversarne uno da solo. Forse scappava anche lui. Ma poi delle onde grandi lo hanno ribaltato. Io avrei avuto paura al suo posto. Meno male che lui era solo ma non troppo e quindi dietro c’era uno che lo ha salvato. Se vado in mare spero ci sia uno dietro che mi salva.

Cara altalena, spero di vederti presto. Se viene Karima puoi dirle che il cuore con le lettere K e F l’ho fatto io? Magari così capisce e mi aspetta.

 

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