La ludopedagogia (giocare è una cosa seria)

Ieri si è concluso un corso che mi ha impegnato fisicamente, emotivamente, intellettualmente per sei mesi. Due volte al mese, il venerdì e il sabato. Partenza per Roma il giovedì sera. “Operatore legale specializzato in protezione internazionale” organizzato dall’ASGI, associazione studi giuridici italiani (così comincio a fare un po’ di pubblicità per la seconda edizione, che sicuramente ci sarà).

Nosotros

tenemos la alegría de nuestras alegrías
Y también tenemos
la alegría de nuestros dolores
Porque no nos interesa la vida indolora
que la civilización del consumo
vende en los supermercados
Y estamos orgullosos
del precio de tanto dolor

que por tanto amor pagamos.

Non voglio però parlare qui dei decreti legge che scandiscono la vita dei rifugiati (e che confesso ho imparato), del sistema di accoglienza, del famigerato quanto stupido accordo dell’UE con la Turchia. Non voglio parlare di Cassazione, di gratuito patrocinio, di questure, di prassi nazionali interpretate localmente e di prassi locali sconosciute a livello nazionale. E’ che ieri c’era l’esame finale. E vi voglio parlare di questo.valutazione

L’esame finale. Ho oltre 40 anni eppure l’esame finale è sempre un problema. Il non so niente era ed è la risposta. Ora come allora, non è che non so niente perché non ho studiato, ma è perché non mi ricordo.

Ho cominciato per tempo a ricopiare appunti, a integrarli con articoli di legge, a scriverli prima a mano poi al pc, a sottolineare con colori diversi, a usare post it a macchia di leopardo. A sorridere ogni volta che mettevo in comunicazione i neuroni, a disperarmi quando – 30 secondi dopo – non ricordavo più se il decreto fosse qualifiche, procedure, accoglienza o chissà-cosa-altro-si-sono-inventati. La scrivania si è invasa da fotocopie, il desktop del pc da cartelle. Leggi da stampare, leggi stampate, bibliografia, altro materiali.

Nosotros
tenemos la alegría de nuestros errores,
tropezones que muestran la pasión
de andar y el amor al camino,
Tenemos la alegría de nuestras derrotas
porque la lucha
por la justicia y la belleza
valen la pena también cuando se pierde

Non sono una che ama fare brutte figure. Anzi diciamo pure che sono una perfettina insicura o un’insicura perfettina. L’idea di partire con un handicap (io non sono nella vita operatore legale) ovvero non avere la pratica, la quotidianità, la dimestichezza con un lessico, una geografia, una gamma di frustrazioni, se da una parte mi ha abbattuto, dall’alstorietra mi ha spronato a pensare di dover dare più degli altri.

Questa settimana avevo quindi preso ferie (che però non ho sfruttato, perché la vita è più lungimirante o imprevista a volte). Ogni giornata avrebbe avuto un argomento da imparare. Sarei arrivata a giovedì con tutto sotto controllo. O quanto meno con una mappa: dove andare a prendere le informazioni, quando mi serviranno.

L’esame finale. C’erano voci, c’erano speranze. C’erano fughe di notizie.

Sono partita con un sacco di messaggi sul cellulare (in bocca al lupo, dai che la sai, parla del Messico, con tutto quello che ti sei sbattuta, non ti dico niente che tanto tu sei una calma) e la promessa di far sapere.

Y sobre todo tenemos
la alegría de nuestras esperanzas
en plena moda del desencanto,
cuando el desencanto se ha convertido
en artículo de consumo masivo y universal.

E poi è arrivata la ludopedagogia. Come spiegare che ho giocato per quasi due giorni? Ecco, non lo spiego a voi e non lo spiego nemmeno a casa, perché non ho giocato. O meglio ho valutato e mi sono valutata con strumenti diversi dal test, dalla soluzione di un caso, dalla domanda aperta o chiusa. Con il gioco.

Cosa ho imparato?
Che la prima cosa è il corpo. Prima del sapere c’è il saluto, la stretta di mano. C’è lo spazio che occupo, l’odore della pelle, lo sguardo di commiserazione o curiosità o paura. La teoria viene dopo. Prima del sapere, viene l’esserci.

Che la seconda cosa è la storia. La storia del corpo dell’altro. Non solo il suo viaggio. Ma la sua storia. Cosa c’era prima del viaggio e cosa è rimasto. Le storie sono fatte di parole, quelle dette o non dette. Sono fatte di memoria, di luoghi, di gesti. Di interessi. Il corpo con una storia non è solo una vittima. Non è solo un migrante. Non è solo un richiedente. E’ un uomo o donna. E’ un papà, un figlio, una laureata, un pastore. E’ un analfabeta, un soldato, uno studente. E’ uno a cui piace il fufu, è uno che non ha mai visto la neve. Che intreccia capelli e che ama il verde.

La seconda cosa è la loro storia che si incontra con la mia. E invariabilmente cambiano entrambe.ludopedagogia

Che la terza è l’allegria. L’allegria dei corpi che si fa resistenza, che si fa comunità, che si fa sapere. L’allegria che non ingabbia, che trova – tenacemente – altre strade per dire le stesse cose, che si fa curiosa. L’allegria che si imbarazza, che supera i propri limiti, che va incontro, che ha paura. L’allegria che unisce, che si fa servizio. L’allegria che si fa politica, strategia di resilienza.

Che la quarta cosa è smettere di mettere al centro i propri limiti come fossero giustificazioni. E’ fare delle proprie fragilità i punti di forza. Perché chi si ferma, si incontra (don Tonino Bello)

 

Nosotros
seguimos creyendo
en los asombrosos poderes
del abrazo humano*
                                 (E. Galeano)

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