Giorno 20 – meglio a me

Giorno 20, dentro. Contare, elencare, evidenziare, suddividere, sottolineare sono azioni che dicono di me. Liste di cose da fare giornaliere scritte a stampatello, libri con righe e colori fluorescenti, buoni propositi annuali, buoni propositi autunnali, conto alla rovescia, somma faticosa di giorni, pagine da studiare settimanalmente, vestiti invernali e vestiti estivi, calze di cotone e collant, ripiano della frutta, della verdura, dello yogurth. Ho un apparente, o forse sostanziale bisogno di ordine per avere poi un apparente o sostanziale bisogno di scompaginare, sovvertire, dimenticare, omettere, rivendicare, svicolare, confondere, sbagliare.

Un uovo, 50 gr. zucchero di canna (dovrebbero essere 65), 250 gr. di farina, un cucchiaino di lievito, 200 ml di latte, una padella antiaderente. Tutto mi guarda dal tavolo, in fila e in ordine di utilizzo. Cucinare è uno sforzo, ma devo far passare il tempo. Cucinare è una sfida alla mia ansia di perfezione, è la produzione volontaria di una quantità non controllabile di calorie; cucinare mi restituisce la mia mancanza di creatività a favore della necessaria e pedissequa replica della ricetta di qualcun altro, ma soprattutto cucinare porta in superficie i pensieri, rendendoli concreti, maneggevoli, masticabili.

Sbatto l’uovo con lo zucchero grezzo. Sa di liquirizia, ha dei grumi che paiono pietrisco. I grumi che non riesco a rompere, li ciuccio. Occhio non vede, cuore non duole. La forchetta non basta, passo alla frusta di plastica rossa.

Il virus è in remissione, sto meglio, giro per casa. Espando, ogni giorno di più, il mio territorio fisico e mentale tra le quattro mura e oltre, grazie alla rete, al telefono, ai libri. Ogni qualche giorno, indosso la mascherina, apro la porta, mi allontano e aspetto che Cocca posi i sacchetti della spesa proprio al di qua della soglia. Non entra, si allontana, ci guardiamo da sotto in su quando ormai ha sceso due rampe di scale. Se mi appoggio allo stipite, mi guarda, sorride e dice poi igienizza mi raccomando. Nessuno si è avvicinato tanto quanto lei, tranne le infermiere per il tampone. Vicine ma non in contatto.

Aggiungo la farina, setacciandola nel colino del tè. Mi aiuto con la mano destra, mescolo la polvere in senso orario e immagino l’acqua che esce impetuosa dal tubo di scarico della lavatrice – quello della nonna che finiva nel lavandino di marmo ed era appeso al rubinetto con un nastro rosso – creando gorghi rumorosi e risucchio. La farina però scende silenziosa come impalpabile neve. Si posa ovunque, una patina di antico sulle maniche del maglione, sulla tovaglia, sulla sedia di legno che non ho spostato.

Penso che non ho avuto paura. Perché respiravo. La febbre, il mal di testa, le ossa rotte, la stanchezza, il mal di gola e la tosse li conosco: sono pervasivi, resistenti, invadenti, assoluti, ma conosciuti. Li so, posso prevedere un andamento e sperare in un picco veloce e poi nella quiete del sonno. La mancanza di respiro sarebbe stata un’esperienza nuova. Una lunga apnea che mi avrebbe trovato e lasciato disarmata, come la mareggiata del 2018, come il vento che abbatte le foreste del Trentino e del Veneto, come il fango che invade, copre, soffoca.

Aggiungo il latte. Non ho un misurino, vado a occhio con un bicchiere. Il latte di avena non rende come il latte vaccino, non si assorbe, non si confonde, non fa il suo lavoro di ammorbidente e di legante.

Penso, mentre mescolo la farina, l’uovo, lo zucchero e guardo irritata il latte, che non ho avuto paura per me, ma ho avuto paura di contagiare qualcuno di vicino a me che poi avrei dovuto lasciare solo. Penso, forse poco modestamente, che sia stato meglio a me che a un altro della mia ristretta cerchia. Meglio a me che a Cocca con il suo lavoro, il marito, i tre figli, il cane, i pesci, i quattro piani di scale, gli allenamenti, la scuola, la DAD. Meglio a me che a mamma e papà, diversamente giovani e con gli acciacchi degli anni. Meglio a me che a Fede, che soffre anche solo all’idea della stasi, del limite, del contenimento, della regola imposta. Meglio a me che a Flavio, che poi doveva convivere con il limite imposto a Fede o a Diego, con la sua partita iva o anche alle mie amiche o amici con figli o compagni o lavori o case appena inaugurate, con cani e gatti. Meglio a me, forse, lo dico ora perché pare passata. Perché ho una casa, un lavoro che mi aspetta, una rete familiare, amicale e sociale, un medico, uno stipendio, le pastiglie di magnesio per il buonumore, dei desideri e buoni consigli di lettura e musica.

Meglio a me, quantificando un cucchiaino di lievito rispetto alla bustina. Meglio a me, accendendo il fuoco sotto la padella e avvicinando il blob forse troppo gommoso di un colore caramello intenso.

Alterno cucchiaio, forchetta, cucchiaino, dito. La pastella non si spande, rimane aggrovigliata su di sé, come le persone timide all’ingresso di una festa. Girare l’impasto quando fa le bolle. Qui, niente fa le bolle. Qui si brucia tutto prima di qualsiasi bolla. Abbasso il fuoco, sono alla resa dei conti: quello che mi manca. Meglio a me, ma anche no.

C’era un caffè con A. per riprendere un abbraccio. C’era una gita a Milano con K., vicino al 26, perché il 26 è giovedì e c’è scuola, non si può e l’operazione al dito di E. a cui volevo assistere. C’erano scatoloni di libri da scoprire a Lampedusa, c’era una sorpresa con cannoli e cassatine. C’era un compleanno, biscotti da impastare con C. e luci e foto da ammirare con N. C’era una discussione da portare a termine con Y., un fiore da posare per R. e un week-end di risate e buon vino con S.

Mi scotto un dito, la padella non perdona. Guardo queste otto pastelle bruciacchiate, ma ogni scarrafone è bello a mamma sua. Stacco un pezzetto dalla prima, quella più scura e informe. Non è particolarmente dolce, è un po’ gommosa, ma è la mia. Suddivido i dischetti per diverse colazioni, insacchetto e congelo per i tempi che verranno. Nel piatto ne rimangono tre.

Sbatto la tovaglia, pulisco i fornelli, lavo le posate, la ciotola e la frusta. Ripongo tutto, come non fosse successo nulla. Guardo, oltre i vetri, la mia macchina nel parcheggio semivuoto. I lampioni del primo binario illuminano, come in controluce, le nuvole. C’è silenzio.

Quello che mi toglie l’isolamento è lo staccare un altro pezzetto e metterlo in bocca a qualcuno per farglielo assaggiare. Posso solo inviare la foto con qualche emoticon in una delle tante chat o condividerla su un qualche social. Quello che mi toglie l’isolamento è l’immediatezza, il ora te ne porto uno. Mi toglie il poter toccare, lo stare con, il piluccare dallo stesso piatto, schiacciando le briciole con l’indice e portarlo alla bocca, succhiando l’appiccicaticcio che rimane attaccato alla punta.

Giorno 20, dentro. Il conto alla rovescia continua.

Foto di Ben Kerckx da Pixabay 

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