Ottantaquattro giorni

Dal 3 maggio sono passati ottantaquattro giorni. Un tempo infinito, sembra. Un giorno dopo l’altro, con la lentezza che apparentemente ti fa chiedere se davvero tu abbia vissuto tutto quello che senti ancora sulla pelle (ma poi come quando vieni via dal mare, intontito dal sole, ti passi la lingua sulle labbra e dal sale ti dici che sì, sei stato proprio al mare) sono passati ottantaquattro giorni, un tempo più lungo di quello speso in casa a sognare orizzonti e normalità. Ottantaquattro giorni informi, paurosi, arrabbiati, nostalgici. Ottantaquattro giorni in cui ognuno ripete che nulla sarà più come prima, ma quel prima lo ricerca in ogni fermata dell’autobus, in ogni busta paga, in ogni possibilità di vacanza o di laurea online.

In ottantaquattro giorni, io non ho riaperto le frontiere. Sono successe cose: ho comprato un divano giallo che non è ancora arrivato in quel salotto pieno di secchi di pittura ed enciclopedie non mie appilate a terra. Ho comprato una cartina del mondo, subito trafugata da una nipote in cambio di un’altra, regalo di Babbo Natale. Ho una sedia da scrivania rosa, per alleviare la sciatica donatami dalle ore sulla sedia verde della cucina, fashion ma di legno. Mi sono tagliata i capelli, mi sono fatta fare dei vestiti con una stoffa colorata comprata anni fa in Ghana e che giaceva piegata in fondo a un armadio. Ho ricevuto in dono l’idea di un nuovo tatuaggio. Ho letto libri belli e meno belli, quelli belli – confesso – mi sono stati consigliati altrimenti non li avrei mai incrociati. Ho trovato un posto alla stampante e appreso con lettera cruda e senza grandi speranze che dovrò lasciare casa a fine anno. Ho cambiato il medico di base, incontrato K., re-incontrato E. e raddoppiato il mio impegno come vice-mamma, come direbbe qualcuno.

Sono andata lenta. Sono andata immobile. In ottantaquattro giorni non ho ancora aperto le frontiere. Ho solo abbellito, con piccoli colpi di testa, la mia gabbia dorata. Mi muovo ormai sicura tra queste quattro mura non più fisiche ma di cuore. Ne sento la consistenza, fluida, a tratti illusoria. Sto qui perché non mi vedo in nessun posto. Mi aggrappo a nuove abitudini, consapevole che se non ci fossero, sarebbe peggio. Consapevole che, in quanto esistenti e necessarie, siano un limite.

Mi stendo trasversale sul letto, sotto la finestra. Sono in favore di vento e suoni. Cicale, onde – a volte gentili, a volte tonanti e lunghe da risacca – voci sui binari per tanto tempo vuoti. Il vento arriva dal mare, a volte fa sbattere le porte, quelle porte gialle e rosa che chiudono male e che muovono in me ogni volta un moto di stizza per la loro imperfetta aderenza. Il vento porta il sapore e il tocco del sale. E’ un’estate che sembra più fresca. Meno appiccicosa, meno fiaccante. Mi piace l’aria sulla pelle, quando sono distesa ad occhi chiusi. Sento meno la solitudine e sono più in pace col mondo fuori. Quasi possibilista di avere un posto anche là.

La sveglia è sempre alle 7,03. Il tempo di un caffè, di una parte di colazione (lo yogurt, ormai, lo lascio per dopo) e di denti puliti e di uno sguardo al mare – lungo, piatto, increspato, blu, grigio – e uno al cielo – azzurro, striato, denso di nuvole. Poi sono fuori, verso la spiaggia. Ho sempre le stesse cose nella borsa: asciugamano, chiavi, occhialini, cellulare. Mai il borsellino. Dall’imbocco della galleria, proprio al limitare del ponte scorgo la spiaggia, lo spicchio di Silvano e il moletto. Ci sono raggi di sole che illuminano i primi bagnanti, tutti ancora vestiti e il lavoro dei bagnini che rasano la spiaggia e infilzano gli ombrelloni nella ghiaia. Il resto che man mano mi arriva alla vista è all’ombra. Di solito umido e silenzioso. In acqua non c’è nessuno. Ci sono giorni che da sopra alla scaletta potresti contare i sassi da quanto è limpida. Quando arrivo, in spiaggia libera ci sono sempre almeno quattro persone: due signore molto abbronzate con i lettini sempre nella stessa posizione, verso il sorgere del sole, che ti chiederesti se per caso abbiano affittato lo spazio, da come lo difendono dall’arrivo degli altri bagnanti, evidentemente considerati agenti usurpatori di sole pubblico, e due signori molto distinti, con due sedie da regista, stuoie a limitare lo spazio, il cambio sandali e un ombrellone che montano ammonticchiando sassi intorno al bastone. Io mi posiziono proprio vicino alla riva, mi spoglio e prendo gli occhialini. Non ho mai molto tempo in settimana e lo sfrutto tutto per nuotare. Cinque vasche, avanti e indietro, a volte sei. Andata a dorso, indietro a stile libero. All’andata le arcate del ponte e le sedie dei due signori mi fanno da rotta, al ritorno se il mare è limpido seguo la corda a fondo che lega le boe. Arrivo alla prima boa rossa a sinistra di quella grande gialla di Silvano, guardando il mare, mi riposo e riparto. Poco, mi riposo, perché soffro il freddo. Alla prima vasca, al primo contatto con la boa, la saluto. Quando mi butto, mi chiedo sempre se sarà passato abbastanza tempo dalla colazione e quali siano i segni della congestione. Scaramanticamente, entro a rana, mai bagnandomi la testa tutta insieme. Metti che non riconosca i segni della congestione. Io che odio nuotare, o che ho sempre creduto di odiare nuotare, per questa questione del freddo, mi ritrovo a scrutare sempre più spesso i colori dell’alba sperando che arrivi presto la sveglia. E sperando che sia un buona giornata per nuotare. Da lontano, dalla boa, guardo la spiaggia. Guardo i signori che una volta sistemato tutto, vanno a prendersi il caffè. Al ritorno, lei rimarrà vestita, lui si metterà in costume. Lei lo guarderà amorevole, lui cercherà di attaccare bottone. Lei non vedrà l’ora di tirare fuori il sacchetto di pane secco o grissini da tirare a una delle anatre che ormai la riconosce e si avvicina quotidianamente. Lui racconterà delle sue nuotate, della passione per la montagna e mostrerà le foto della cometa, che dopo serate di appostamento, è riuscito a fotografare, nonostante la troppa luce. Dalla boa, la spiaggia sembra un presepe. Le due signore, non si alzano dal lettino. A turno, una un giorno, una l’altro, si vanno a prendere le brioches per la colazione e parlano dei programmi TV della sera prima.

Tornando a riva passo sopra una griglia di metallo, incagliata. Quando i sassi diventano sabbia so che sono quasi arrivata. Spesso mi faccio più alta di quello che sono e smetto di nuotare, immaginando di toccare. E vado giù, rischiando di bere. Allora do ancora due bracciate, fino a che sfioro il fondo con le mani. Se c’è, il signore mi chiede com’è l’acqua. Se c’è e io il giorno prima non c’ero, mi dice come era il mare il giorno prima.

Nuoto fino a che il sole non lambisce il mio pezzetto di spiaggia, fino a che tutta la porzione di mare tra la spiaggia e la boa rossa non è illuminata. Il sole arriva da dietro il ponte, tra gli alberi e alcune case. A volte, nonostante sia luglio, è timido, come offuscato.

A riva, mi avvolgo nell’asciugamano sedendomi sui sassi. A volte, soprattutto se i colori sono tendenti al grigio, come in autunno, scatto delle foto. E’ un momento veloce, il tempo di strizzare un po’ il costume e i capelli. E’ un momento che giorno dopo giorno si è riempito di parole gentili, sempre meno legate a quarantena e mascherine sempre più alla vita nonostante. Molto alla vita di prima. La spiaggia in settimana non si riempie velocemente come il sabato e la domenica e rimane un momento rarefatto, quasi intimo.

Potrei cambiare orario, posto nella spiaggia. Potrei cambiare rotta natatoria, esplorando altre boe e altre direttrici. Potrei addirittura, magari nel fine settimana cambiare spiaggia. Che so, affittare un lettino. Vivo in vacanza, ma il mio ripetere, forse, non è solo una questione di bellezza insita in quello che ho.

Sono, sento, ottantaquattro giorni in cui mi ripeto, scarsamente convinta a volte, fiduciosamente adolescente altre, che potrei. Potrei è una trappola. Potrei fare due conti e andare in vacanza, potrei accettare l’invito ad andare in montagna, potrei guardare che film ci sono al cinema all’aperto, potrei chiamare qualcuno con cui andare, potrei andare da sola. Potrei non mangiare sempre yogurt e fiocchi la sera, potrei vincere la timidezza e non accontentarmi di relazioni mediate dai messaggi vocali. Potrei scegliere una a caso delle cose che scrivo nelle mie mille liste dei todo/towish e finalmente farla. Potrei appendere almeno una fotografia, alla faccia di cosa succederà a questa casa tra sei mesi. Non fare sempre gli stessi itinerari, le stesse scelte, gli stessi sorrisi tristi. Potrei non pensare che la vita è altrove e che io non ho nemmeno ancora trovato il finestrino da cui vederla scorrere.

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