Papà, nonostante tutto. Storie di vite migranti, che poi, a un certo punto, si fermano.

Chissà se lo immaginavi che saresti diventato papà in Francia. Tu, avvocato del Sudan scappato come tanti da un dittatore e dagli orrori del regime.

Ci siamo visti tre volte in tutto, ma i tuoi occhi lievemente a mandorla, i modi gentili e la pelle di un colore cioccolato caldo mi sono rimasti dentro per tutto questo tempo.

Quattro amici, o meglio, quattro compagni di viaggio a vostro malgrado. Libia, mare, Sicilia, hub di Bologna, Questura. Fogli spiegazzati in una lingua a voi sconosciuta decretano la vostra irregolarità sul territorio. Avete firmato la notifica di decreti di espulsioni invece di domande di asilo. Con l’inganno, mi racconterete poi.

Ci siamo incontrati un mercoledì pomeriggio a Ventimiglia, in quello che ero l’info&legal point di via Tenda. Erano i miei primi mesi da operatrice legale o più affettuosamente fake lawyer. Avevo già seguito alcune espulsioni da Taranto, esito mortifero della strategia di alleggerimento della frontiera. Si fermano le persone che attraversano il confine italo – francese, le si caricano senza una spiegazione su un pullman per far loro attraversare l’Italia a tappe forzate e le si scaricano davanti all’hotspot della città pugliese. Identificare è la scusa. Spersonalizzare, ridurre a merce, criminalizzare il risultato. Senza apparente logica qualcuno viene poi davvero identificato ed espulso, qualcuno viene rilasciato senza conseguenze legali. Tutti, devono però ricominciare il viaggio verso nord. Ancora soldi, ancora tempo, ancora paura. Perché il flusso non si ferma, al massimo si rallenta.

In meno di due mesi ho imparato che non si dice fotosegnalamento, decreto di espulsione, problema, ma fingerprints, snap, 7 giorni, muskila. 7 giorni, tanto dura il tempo che si ha per lasciare volontariamente e con le proprie risorse l’Italia. Un lessico fluido e migrante, ridotto a gesti quando l’inglese o il francese non sono sufficienti a comunicare.

Era un mercoledì pomeriggio quando vi siete presentati con i vostri 7 giorni. Avevate un cellulare in quattro. Pioveva. Volevate fare presto, per andare di là. Ti ho usato come traduttore per gli altri, che parlavano solo arabo. Non ricordo se vi conoscevate già o se avevate in comune solo l’ultimo pezzo di viaggio.

Parlo, parlo tanto. Voi interrompete poco, forse sapete già quello che c’è da sapere. Vi spiego cos’è un’ espulsione, quanto dura, che rischi comporta. Per “combatterla”, vi dico, serve un avvocato, serve che mi raccontiate la vostra storia, almeno un po’, che firmiate dei documenti. Forse bisogna tornare a Bologna e se serve mi accompagno. Parliamo in una lingua che non è la mia e non è la vostra. Vi chiedo di fidarvi. Vi chiedo di fidarvi non solo di me, ma anche di un avvocato che nemmeno io conosco, ma che vi dico troverò.

Io lo so che è tutto in salita. Ma guardandovi, guardandoti negli occhi, non riesco a dirvi, a dirti, che è tutto inutile. Passo i successivi tre giorni a cercare un avvocato, a districarmi tra procedure, a farmi trattare male. Passo i successivi tre giorni a spiegare che 4 persone senza una lira, a tre chilometri da un confine non torneranno indietro, facendosi mezza Italia per firmare un foglio di carta. Sono arrabbiata con chi mi sbatte in faccia la sua professionalità e me la fa cadere dall’alto, chiuso in un bell’ufficio in centro. Sono triste perché tra il dire e il fare nelle vostre vite ci si è messo di nuovo di mezzo il mare. Più di tutto, però, sono frustrata perché so che sono io ad aver bisogno, forse più di voi, di credere che ci sarà un lieto fine. Che i buoni vinceranno e i cattivi verranno uccisi dal drago. Sono io quella che ha terribilmente bisogno di essere tra i buoni.

Al secondo incontro, siete in tre. Uno aveva fretta mi hai detto. Non ha aspettato che io tornassi con le mie carte, con le mie rassicurazioni, con le mie procedure. Mi hai guardato. Ho letto nei tuoi occhi che già sapevi perché in fondo tra i due, l’avvocato eri tu, non io. Alla fine mi hai abbracciato e hai detto grazie.

Il giorno dopo hai firmato quello che c’era da firmare. Ci siamo abbracciati ancora una volta, tenendoci stretti un secondo di più. Sapevo che non ti avrei più rivisto. Una volta di là, nemmeno il cellulare poteva dirmi come era andata.

Di tre, uno è in Inghilterra, uno in Germania, uno – tu – in Francia.

Mi hai mandato una tua foto con un cappotto sdraiato nella neve. Ridi. La tua prima neve. Mi hai chiesto di venirti a trovare, non ho mai trovato il tempo. Ti chiedevo della procedura di asilo, dei documenti, dell’esito. Eri vago e dicevi che sarebbe andato tutto bene. Abbiamo cominciato a mescolare l’inglese col francese e man mano che il tempo passava ci siamo sentiti meno.

In questi quasi due anni sei stato assunto nella biblioteca di un’università, hai continuato i tuoi studi e oggi ho saputo che sei diventato papà.

Secondo Dublino, non dovresti essere lì. Secondo la questura di Bologna non dovresti essere lì. Secondo nessuna logica dovresti essere lì.

Mi hai chiesto come sto e hai aggiunto che siamo amici. Mi sono commossa, più di quanto le tre volte in cui ci siamo incontrati prevederebbero. Ho sentito rompersi qualcosa. Mi sono sentita immobile, io che non scelgo mai, che rimango nel limbo facendo finta che tutte le decisioni siano così vitali che non possono essere prese a cuor leggero. E mi sono sentita anche piccola, io che per vivere aspetto che tutto sia perfetto, che per paura che la felicità sia proprio questa qui, mi ostino a voler vedere le mie giornate di tutte le tonalità del grigio e mai, mai, di un bel giallo sole. Non so se tu, due anni fa, ti saresti immaginato che saresti diventato papà. I cinici potrebbero pensare che hai giocato bene le tue carte, io voglio pensare solo che ora sei di nuovo felice.

Siamo acqua, che prima o poi, arriva dove vuole.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.