Quanti anni hai? riflessione semiseria intorno all’identità

Dopo Come ti chiami? ma prima di Da dove vieni?, Quanti anni hai? è una delle domande che tutti ci siamo sentiti fare, almeno una volta nella vita. In vacanza, durante un colloquio di lavoro, su un treno per attaccare discorso, il primo giorno di scuola. Nome, età, provenienza. E’ stato scontato per me, rispondere sempre in modo veritiero. Un po’ per scarsa fantasia, un po’ per amor di verità o paura del chissà cosa mi potrebbe succedere se.

Verità sfumate o adattate. A seconda dell’interlocutore, a seconda di quanto voglio rendere facile e “certa” la localizzazione a volte dico Zoagli, a volte dico Italia, a volte dico vicino a Genova. Da dove vengo, può essere una stazione ferroviaria (quella dopo Rapallo) o un punto cardinale spiegato ai bambini (un po’ sotto Milano e vicino al mare), o semplicemente una questione di dimensioni (little village).

Il nome, invece, è rimasto sempre quello. Posso giocarci con i diminutivi e le pronunce. Alisandra, Ali, Alexandra, Sandra, Ale. Posso divertirmi raccontando aneddoti. Di quella volta che “il mio nome non mi piace perché è troppo lungo e ci sono tre A e quindi passo la vita con la bocca aperta AlessAndrA, come la rana dalla bocca larga” o di quando mi hanno detto che mi chiamo così perché lo ha deciso mia sorella: Danda o Dando. Che nome diamo al fratellino o alla sorellina non è una domanda da fare ai primogeniti, soprattutto se hanno meno di due anni. Uso il cognome il meno possibile, in modo passivo e un po’ succube, proprio quando non ne posso fare a meno.

Giù, in paese, mi riconoscono come la figlia di Governa. A fare la spesa, da Gino, mi chiedono se possono mettere sul conto della Olga, al cinema chiedono se sono la sorella della Fede e in palestra sono la sorella della Fra (che per me è incontrovertibilmente Cocca, ma loro non lo sanno, perché non sono state sorelle da bambine come lo siamo state noi). Ma se chiudo gli occhi io sono il mio nome, la mia età e la mia provenienza. Io sono quello che c’è scritto sui miei documenti: Alessandra di Zoagli nata nel 1974. Io sono per quei documenti. Il resto, quel tanto altro, più difficile, fluido, soggettivo da raccontare, rimane confinato al mondo del racconto di sé.

Mia mamma è nata ai tempi della guerra del Maqui. Quando di preciso non lo so, non sono domande che si fanno. Conosco ragazzi che hanno quattro certificati di nascita, uno per ogni volta che hanno cercato di farselo spedire dal paese di origine. Ragazzi che hanno certificati di nascita scritti a penna blu con cancellature in penna nera. O ancora, ragazzi che apparentemente sono nati due, tre volte. Io sono nato nel 1990 ma quando avevo sei anni i miei non avevano i soldi per farmi andare a scuola e così ho aspettato. Quando li abbiamo avuti, tre anni dopo, ero troppo grande per iniziare, la scuola non mi voleva e così sono diventato del 1993. Ora sono tornato del 1990.

Quanti anni hai? è una domanda retorica, quasi divertente. A volte è una domanda dolorosa Avevo il passaporto quando sono arrivato in Libia. Poi però una notte sono entrati, hanno sparato. O salvavo la testa o salvavo il passaporto. Ho salvato la testa. Non chiedermi quanti anni ho perché ho dimenticato.

Conosco ragazzi per i quali ho sempre confuso il nome con il cognome, che anzi, ormai per facilitare si presentano direttamente con il cognome. Come ti chiami? Ciro mi dice un ragazzo con spiccato accento british. Ma come Ciro? Eh si, ho detto mio nome miei colleghi. Troppo difficile. Ciro loro detto che io chiamo. Conosco Mohammed, Mohamed, Mohamad, Ahmed, Hamed, Achmed…sono tutti la stessa persona. Sorride, risponde a qualunque storpiatura e poi passa oltre. L’anagrafe è un concetto e un luogo lontano, così come le doppie, i diminutivi, i cognomi, i soprannomi. Perché sul tuo documento originale il cognome inizia per N e in quello italiano no? Ah, Ale, quelli loro scritto in portoghese. Solo in Europa tanto casino, in Africa più facile.

Perché per voi italiani è tanto importante l’età? Io sono quello che mi è successo, non quando sono nato. Identità definita o indefinita in altre mille maniere. La linea del tempo, scandita da anni, giorni, durata, come attestazione di verità. Quanti anni hai? Per me è il tempo che passa inesorabile, è porte che si chiudono, minore autonomia e libertà, minori possibilità. E’ rimpianti, nostalgia e forse anche invidia. Certo anche tante esperienze, cambiamento, ricordi, idee, credibilità e solidità. Riconoscenza, è serenità a tratti. Prendersi cura. E’ una gabbia che a priori divide gli altri in troppo grandi o troppo piccoli.

Per quanti anni sei andato a scuola? Magari tre, magari quattro, magari cinque. Cosa è importante ora Ale questo. Io no ricordo cosa imparato a scuola quelli anni. La linearità del tempo come prova. Che lavoro hai fatto nel tuo paese? L’agricoltore. Ti ricordi quando hai iniziato? Magari nel 1986. Ma tu sei nato nel 1987. Allora io iniziato 1989.

No, non è tutto relativo. Noi siamo quello che ci è successo, i luoghi che abbiamo attraversato, i fratelli e le sorelle che abbiamo incontrato e con cui siamo cresciuti. Siamo ciò che non ci ha ucciso e ciò che ci ha amato, le scuole che abbiamo frequentato, i lavori che abbiamo iniziato e non finito. Relazioni, fili, rami e radici, oltre che nome, data di nascita e provenienza. Basterebbe ricordarselo un po’ di più.

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