Quella porta

Aprile sembra essersi svegliato bene, regalandomi anche oggi sole e cielo azzurro. Inondano la casa, prima dal lato della cucina, del bagno e della sala, poi della camera. Da alcune settimane dormo con le tapparelle alzate. La luce la vedo già dal letto. Spesso seguo il virare del cielo da nero a blu intenso, ad azzurro. Tutti i giorni catturo un istante di luce in una fotografia, sempre la stessa. Lampione, albero, sala d’aspetto del secondo binario, casa, mare. Mi aiuto con la linea gialla per ottenere la stessa inquadratura. Anche prima fotografavo da quella angolazione, non sistematicamente però. Anche prima dormivo male, sistematicamente.

Mi sono accorta che seguo alla lettera i dettami della quarantena. Anzi, probabilmente la seguo anche dove non è necessario. Sono una che di natura è ligia alle regole e, dove non vi sono regole, ne crea. Forse per quell’insano bisogno di soffrire un po’. Per quell’insano binomio sacrificio – bontà, che non rende migliori, ma solo un po’ più tristi. Mi accorgo che ho paura ad esplorare territori nuovi, che rimango nel conosciuto, talmente conosciuto che non è più rassicurante, ma castrante.

Dormo sempre dalla stessa parte del letto anche se alternativamente uso entrambi i cuscini. Non varco l’immaginaria linea di divisione tra le due parti se non raramente. Eppure adoro dormire in diagonale. Quando lo faccio sono leggera, come quando da bambina saltavo sul letto dei miei o quando facevamo la gara di capriole con Cocca. Nemmeno durante il giorno uso l’altra parte del letto, più vicina alla finestra e al cassetto in cui ci sono, alla rinfusa, le calze. Se ne devo mettere un paio, le prendo e le infilo seduta di qui, sulla mia parte. Ho una zona morta in casa.

Ascolto sempre la stessa musica pur essendo di orizzonti e cultura abbastanza limitata in materia. Non riesco a scegliere una delle innumerevoli playlist create per tutti i gusti e per tutte le stagioni, ovvero di fatto uguali per tutti, ma pesco sempre da quelle “scelte per te”, rammaricandomi di come quella musica non mi basti più. Anzi di come ne sia stufa. Allo stesso tempo, però – come per i libri – non riesco ad intercettare parole e suoni che mi facciano risvegliare o che me ne facciano innamorare. Dal 10 marzo, non ho confermato questa regola solo in due occasioni: Dance me to the end of love e Costume da torero, entrambe non in versione originale. Rispetto a prima, però, cerco il suono. Quando mi sveglio, quando mangio, quando faccio gli esercizi o la doccia. Non sono mai stata capace di studiare o lavorare con la musica. Solo ultimamente, se mi trovo in luoghi con molte persone, preferisco le cuffie alle voci umane. Se la musica è nelle orecchie mi concentro, se è diffusa nell’ambiente, mi distraggo. Avrei potuto farlo anche prima, quello di sonorizzare le stanze o alcuni momenti della giornata. Anche prima avrei potuto rendere più morbidi e meno essenziali il preparare il caffè o caricare una lavatrice. Non è questione solo di abbellire, ma di ingentilire, di rendere piacevole un’azione di per sé necessaria, un modo per viverla e non solo per attraversarla il prima possibile. Assumo l’austerità come segno di sobrietà, ricordandomi raramente che potrei essere sobriamente felice.

Guardo la porta di casa con sospetto. Probabilmente, in altri momenti, l’unica differenza con oggi, sarebbe che sarei alla spiaggia. Asciugamano rosso, vestita a strati con il costume in fondo agli strati, libro o kindle. L’unica differenza con oggi sarebbe stata che mi sarei sentita in colpa a “sprecare” la giornata a casa, con questo bel sole e a un certo punto con riluttanza, mi sarei preparata a uscire. Avrei prima valutato la possibilità di una camminata in solitaria sul sentiero sopra casa dei miei, quello che taglia la Costa e arriva a San Pietro. Quello che è tutto vista mare, dove non incontri un’anima viva se non le caprette nella casa diroccata, nemmeno nell’ultima parte quando la strada diventa carrozzabile e si passa in mezzo alle case. Se avessi poi optato per il mare, avrei scrutato la spiaggia dall’alto, da sotto l’arco del ponte della ferrovia, vicino alla panchina e scendendo le scale non avrei perso di vista il luogo libero più appartato. Di questa stagione è facile, più complicato in estate, quando bisogna scavalcare, passare in mezzo cercando di non perdere l’equilibrio tra un ombrellone e gli zaini lasciati alla rinfusa ad occupare spazio vitale.

Sarei stata da sola. Mi sarei seduta chiedendomi in continuazione se gli altri l’avrebbero notata, la mia solitudine. Se si sarebbero chiesti come mai, se si sarebbero risposti. Io lo so che è normale fare le cose da soli. Ma ogni tanto, invidio le madri con bambini, di cui nessuno si chiede, anche la domenica, dove sia il marito, il compagno o semplicemente il padre. Sarei rimasta ancorata al mio asciugamano, con una lettura svogliata e con lo sguardo perso al mare e agli altri. Raramente in queste occasioni interagisco. Quando capita, è un misto di terrore (cosa si dice in spiaggia?) e di invasione (perché lo chiedono a me?) nel tentativo di capire velocemente chi ho davanti e quale registro di conversazione tenere. Quanto esprimere davvero le mie idee. Non ho di meglio da fare, ma spesso spero che quelle parole finiscano il prima possibile, tornando alla noia sicura dell’anonimato. Poi me ne pento.

Quella porta chiusa, mi rassicura. Qualcuno ha scelto per me cosa fare oggi. Lo ha scelto per tutti. Non so se sia strategia del terrore o buonsenso quello di renderci tutti uguali e tutti potenzialmente pericolosi gli uni per gli altri. Non so se la costrizione e la sanzione servano più dell’informazione e della fiducia. Sta di fatto che a me toglie un peso. Quello di non dover spiegare perché sono stata a casa, perché ho sempre fatto lo stesso tragitto letto – finestra – bagno – pensile della cucina – barattolo del caffè – lavandino. Perché mi accontento di guardare dalla finestra invece di scendere. Perché mangio senza un bicchiere di vino o perché non compro più spesso la fontina, ma solo la ricotta.

Per certi versi, quella porta chiusa mi rasserena. Mi rende uguale a chi invidio per la sua socialità, per la capacità di vestirsi con gli strati giusti al mare anche in aprile, per il coraggio di interessarsi al mondo sempre e non solo per lavoro. Per quella capacità di goderselo, il mondo.

Elenco comunque le cose fuori dalle solite traiettorie che ho fatto negli ultimi due giorni: tagliarmi i capelli, truccarmi, spegnere il cellulare, sedermi sul davanzale con le gambe a penzoloni, sbriciolare gli abbracci nello yogurt, studiare i tarocchi, pulire il battiscopa dalle macchie di pittura, non abbinare il copri-piumone con le federe (però poi li ho abbinati), condire il riso rosso con la peperonata.

Foto di Juan Cuba da Pixabay 

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