Qui e ora (inizia il viaggio a Lampedusa)

Non aggiungerei l’ennesima descrizione di Lampedusa alle innumerevoli che già ci sono, se da qui non avessi visto contemporaneamente il rosso del tramonto a sinistra e la luna piena che sorge a destra. Non la aggiungerei se non fosse per i gabbiani che giocano sulle coste frastagliate e piatte, sulla quasi assenza di vegetazione che superi il mezzo metro di altezza, sull’unica strada che congiunge l’est all’ovest. E se non avessi scoperto che il centro dell’isola è considerato, comunque, entroterra.

Il mare è ovunque e non te ne liberi. E’ insieme al vento, il signore dell’isola. Lo scruto. Sotto costa c’è una striscia verde smeraldo, poi un blu trasparente, poi un grigio e un nero interrotti solo dalle increspature bianche delle onde. Non saprei dire che vento stia spirando in questi giorni, so che il mare sembra calmo ma non lo è. Non so che vento spiri, ma so che le condizioni sono state considerate sufficientemente buone per – dall’altra parte del Mediterraneo – mettere della gente su barconi e lanciarla all’avventura.

Seduta sul muretto del porto, mi godo il rumore del vento tra i pescherecci, tanti e diversi. E mi ricordo le parole dei pescatori, venate di tristezza, per il Giacomo Maria, che qualche settimana fa si è inabissato senza restituire ancora il corpo di Francesco Solina, uno dei pescatori presenti a bordo. E penso a quanto poco importi al mare da che parte della costa tu viva, che lavoro faccia o chi lasci a terra. Imparo presto che ci sono due moli, quello commerciale, per l’aliscafo e i traghetti e il molo Favaloro, per gli sbarchi e considerato zona militare. All’ingresso un murales con tante facce. La pavimentazione sconnessa forse verrà sostituita da una leccata di cemento. Me lo immaginavo più grande, miraggi della televisione.

Lampedusa dorme in questo gennaio umido e con temperature rigide per la latitudine, ma non per chi viene dal continente. Poco di tutto: locali, servizi, migranti, svaghi. Anche le persone sembrano meno delle 6000 formalmente residenti. Il dialetto, come i sorrisi, si allarga e si stringe e fa in modo che perda metà delle conversazioni. Lampedusa è per ora: spiagge sabbiose deserte, strade sconnesse, case basse e senza caloriferi, cannolo alla ricotta con variante di granella di mandorle sopra, muretti a secco di pietre chiare, odore di finocchietto ai bordi delle strade. E’ una comunità composita, in cui gli autoctoni si mescolano giocoforza con chi viene da fuori. Turisti, operatori umanitari, forze dell’ordine di tutti i tipi, amanti dell’isola e del cambio vita, migranti.

Lampedusa non è una cosa o l’altra. Lampedusa è tutto, anche se questo tutto a volte stenta a conoscersi e a riconoscersi.

Guardo il mare: è venerdì notte e per la prima volta sono sul molo con i volontari del Forum Lampedusa solidale. Vedo motovedette della guardia costiera. Vedo coperte termiche, divise che si agitano, ambulanze e piedi scalzi. Vedo visi stremati dal freddo e mani troppo intirizzite anche solo per prendere il bicchiere di tè caldo o di succo che abbiamo preparato. Vedo tra le mie lacrime, arrivi – oltre duecento solo nelle ultime ore e purtroppo tre morti. So che metto un cerotto. Il mio welcome è un cerotto che dura il tempo di una merendina sbocconcellata in piedi o in cammino verso un pullman. Vedo quello che ci sarà dopo e posso solo intuire quello che c’è stato prima. Prima dello sbarco, del mare, della Libia, del deserto. Prima della decisione, volontaria o meno, di partire. E vorrei essere così brava da vedere in tutto ciò una casa, un lavoro, degli amici, un libro lasciato a metà, un amore. Vorrei essere così brava da non dimenticare nessuno degli occhi che ho incontrato in queste ultime ore, anche se solo per pochi secondi. Abbandonare le categorie e conservare solo la persona, per sfiorarla e augurarle buona fortuna.

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