respiro

Nei quasi dieci anni di analisi bioenergetica, mi sono sentita dire settimanalmente che non respiro. Per quasi dieci anni, settimanalmente, ho risposto che non è vero perché il respiro è una cosa automatica. Il respiro va da sé, io non devo fare niente. Fortunatamente, pensavo. Fortunatamente esiste una cosa che non dipende da me, che non devo controllare, che non devo spingere, di cui non devo preoccuparmi. Ma quando inarcandomi (l’esercizio che più ho odiato) prendevo aria a pieni polmoni dovevo fermarmi e piegarmi quasi subito in avanti. L’aria raramente mi scende sotto il diaframma. Non respiro, muoio dicevo. Respiri finalmente, vivi, rispondeva. Nell’ultimo saluto, un abbraccio rassicurante, mi ha sussurrato ricordati di respirare. Sono passati due mesi da quell’ultimo abbraccio e intorno a me tutti vivono in apnea. Me compresa.

Nel pianto di questa sera ho sentito sciogliersi del grumi. Grumi di paura e di ansia. In quattordici giorni di isolamento credevo di essere lontana anni luce dalla necessità di piangere. Purtroppo non da quella di respirare. Forse oggi è scricchiolato tutto l’impianto di normalità altra che mi sono contruita.

Seguire al telefono il nemmeno troppo lento evolversi di una febbre fino all’arrivo dell’ambulanza è peggio del macigno sul petto che ho da tanti giorni. Dover intuire, interpretare, incoraggiare, urlare, spiegare, mediare a distanza è un fardello grande da portare in solitudine. In solitudine fisica perché non posso dire di esserlo stata davvero grazie all’aiuto e alla vicinanza non solo di chi era coinvolto quanto me nella faccenda, ma chi via via mi ha incrociato virtualmente in questa giornata infinita e non ancora finita.

Sono passate più di 11 ore da quando è iniziato. Ho parlato solo di questo, mi sono arrabbiata solo per questo, ho cercato soluzioni solo per questo, ho telefonato solo per questo. Vorrei un abbraccio fisico, vorrei qualcuno che potesse dirmi scendi giù che ci beviamo uno spritz e mi racconti, anzi, non mi racconti, perché se no non ne esci nemmeno tu. Se proprio doveva succedere avrei voluto succedesse a qualcuno con cui ho più confidenza, più empatia, più complicità. Avrei voluto fosse successo quando potevo uscire, quando potevo andare a vedere, quando potevo mettere l’acqua nel bicchiere per la tachipirina e assicurarmi che non andasse di traverso. Quando avere la febbre voleva dire per lo più avere un’influenza e non richiamava automaticamente alla mente il numero di maniglie delle porte da pulire. Quando al massimo prendevi mutua per tre giorni e non chiamavi l’ufficio igiene o il 118.

Non sono bastati (ma meno male che c’erano) tutti gli strumenti tecnologici e le sorprese via etere. Per respirare manca proprio un abbraccio e un bacio vero accanto a una voce all’orecchio che sussurra andrà tutto bene.

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