Ripartire

sea watch 3

Leggo la data dell’ultimo post, 21 maggio 2018. Dal Libano, più di un anno fa. Non che in questi 13 mesi non abbia scritto, o pensato di scrivere. Post su facebook, lettere, mail, diario privato. Ma qui, sul blog, no. Un limite invalicabile. Con un po’ di imbarazzo e vergogna mi confronto con questo spazio bianco, il mio. Quello che ho voluto, anche se non necessario. Quello che dovrei curare, far crescere, amare, in realtà mi fa paura. Non scrivere per un po’ mi fa questo effetto. E’ come non usare la bici per un po’. Se non sono più capace? Se gli altri se ne accorgono, che non ho più scritto?

Scrivere è per me collegato a storie e luoghi lontani, o almeno fuori dalla mia quotidianità. Scrivere di cose vicine mi sembra superfluo, perché tutti nella mia cerchia le vedono e le vivono. Come non fossero cose eccezionali a cui dare voce e spazio. Come se fossero troppo private. Se racconto di cose eccezionali, allora vuol dire che un po’ eccezionale sono anche io. La speranza, ecco. Di lasciare il segno.

Raccontare storie vere è quello che mi muove. Indagare, far emergere il “mio” lato della cosa che descrivo. Masticarla, farla mia e poi, attraverso le parole, ridarla al mondo e lasciarla andare. Ripartire, nello scrivere, è più difficile che partire. Perché so già che fallirò. Ho già fallito prima. Ripartire, nello scrivere, è più facile, perché so già che smettere, fallire, non è la morte di nessuno. E potrò, nel caso, iniziare di nuovo.

Ripartire. In una piazza bellissima ma semivuota per cinque giorni ci siamo incontrati dalle 19,00 alle 21,00. Un presidio pacifico e silenzioso, lo abbiamo chiamato, in solidarietà a quarantatré uomini e donne salvati in mare dalla nave Sea Watch 3 e poi lasciati senza porto sicuro per oltre 15 giorni.

Due ore, nessuna attività prestabilita se non la foto di rito almeno i primi giorni non tanto perché siamo vanitosi, ma perché è il modo più veloce per far arrivare la nostra solidarietà, per connetterci con chi era in mare senza porto e senza casa e con chi, in altre piazze – più colorate e piene – fa la stessa cosa, sente la stessa urgenza di comunità e di solidarietà.

Cinque giorni, tre comunicati stampa, post su facebook, chat organizzative eppure il numero delle persone in piazza non è mai salito sopra le venti, anche se erano spesso 20 persone diverse. Ci conoscevamo quasi tutti prima, ci conosciamo tutti dopo. Strade diverse ci hanno portato lì, ognuno con la propria individualità, col proprio essere cittadino, prima di essere “appartenente” a qualcosa (un gruppo, un’associazione, una cooperativa, una parrocchia, un sindacato). I cartelli sono rimasti gli stessi dal primo giorno, anche nella disposizione: un telo dipinto con il mare e una mano accogliente in terra, coperte termiche fermate a fare da scogli, uno striscione grande – l’Italia che resiste che è insieme un augurio e un obiettivo – appeso alle fioriere. Ai cartelli, colorati scritti a mano a onor del vero si sono aggiunte due barche fatte con la carta da pacchi e alcuni disegni di bambini creativi che ci hanno accompagnato in queste serate.

Non avevamo sedie, non avevamo cuscini, non avevamo fiaccole, candele o megafoni. Stavamo in piedi, a capannello, come quando davanti alla chiesa si aspettano i matrimoni o i funerali. Confrontavamo le notizie della giornata, ci chiedevamo se sarebbe stata l’ultima sera o se anche il giorno successivo ci saremmo incontrati. Ogni sera ci lasciavamo con vabbè vedrai che li fanno sbarcare. Ogni sera, fino a ieri, ci siamo ritrovati con il cuore un po’ più stretto, ma il sorriso un po’ più largo.

Le cose, poche, si smontano in fretta, due sacchetti dell’Ikea e un tubo per lo striscione da lasciare nel retro del cinema a due passi dalla piazza, sotto i portici mai affollati nonostante la stagione estiva.

Una piazza centrale ma non esposta, una piazza raccolta, non di passaggio. Avremo sbagliato la location? Avremmo dovuto organizzarci meglio per far venire più gente? Avremmo dovuto pensare qualcosa di più coinvolgente? Oltre al desiderio e alla necessità di essere lì, a sentirci parte e solo per questo a costruire comunità, cosa avremmo potuto fare o pensare per essere più “efficaci”, più incisivi? Sicuramente non si cambiano leggi o regole inumane e inutili solo con un presidio “pacifico e silenzioso”, ma nemmeno senza.

Non si cambiano leggi e regole inumane in 20, due ore al giorno. A guardarci cinicamente da fuori, se non fossi stata coinvolta, non saremmo stati nemmeno una notizia nella vita della città. Eppure abbiamo scatenato commenti al limite della violenza. Sicuramente dello scherno. C’è una vita parallela ormai che si consuma sui social. Una bolla eterea ma invasiva che incide sulla nostra vita, quasi avesse il potere di fare e disfare la vita stessa. Ciò che è sui social é. Ciò che non è sui social, semplicemente non è. Una vita parallela in cui ci si permette tutto, anche quello che – in una piazza, in una via, in un condominio, in una sede istituzionale – finora era stato moderato, non tollerato e combattuto.

Una vita parallela che, solo ieri, si è gonfiata con oltre 80 commenti per la maggior parte negativi. Dall’invito a vergognarci, all’assertivo siete patetici fino all’augurio di avere un cecchino a portata di mano. Ecco. Non ho provato paura, no. O almeno non ho provato la paura di uno scontro fisico nell’immediato. Ho però provato paura per quello che è e che ci aspetta, un grande svuotamento: davanti a tanta ignoranza (nessun commento propone alcunché se non luoghi comuni, insulti, slogan, svilimento dell’altro) davanti a tanta violenza immotivata, cosa posso fare io?

Da dove ripartire?

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