Say his name

Il silenzio non è un’opzione. Say his name.

Anche dire parole a caso, di circostanza, per sentito dire non è un’opzione. Tra la rabbia, che non necessariamente è violenza e la politica che non solo non ha più esempi, ma nemmeno pensieri, rischio di spargere parole ridondanti e di poca utilità. Ci sono condizioni che non sono trasferibili ad altri. Possono essere intuite, comprese, condivise, ma non trasferite. Io rimarrò bianca in un mondo che pensa che nero sia meno. Un mondo in cui alcuni status, alcuni dati di fatto, sono di per sé sufficienti a giustificare violenza, oppressione, segregazione, ingiustizia, impunità. Status fluidi, che non mettono al riparo nessuno. In qualunque momento si può passare da oppressore a oppresso. Perché avere potere sugli altri non ci rende necessariamente migliori, indipendentemente dall’esperienza della sofferenza che ci portiamo addosso.

Nero è un bel fardello. Nero si vede. Nero è più di povero. Nero e povero è complicata. Nero, povero e migrante è la fine.

Il silenzio non è un’opzione. Eppure sto zitta. Per stanchezza, per rabbia, perché penso che con certa gente sia inutile spiegare, perché mi vergogno, perché prendo tutto sul personale, perché non sopporto più nemmeno gli affettuosi stereotipi che mi vengono affibbiati, perché non ho risposte o soluzioni. Perché, pur rifuggendola, non so dove potrebbe arrivare la mia violenza.

Non avrei dovuto stare zitta davanti ad agenti immobiliari che davanti al colore della pelle di un possibile affittuario, dicono che no, all’appartamento non è più disponibile. Davanti all’ufficiale prefettizio che scandisce numeri e non nomi, perché tanto si chiamano tutti Mohammed. Davanti al vicino che passando sotto le finestre del centro di accoglienza dice schifato che c’è sempre odore di kebab . Davanti al gestore della palestra per cui la clientela non gradirebbe uno nero negli spogliatoi. Davanti a coloro per cui esiste la lingua africana e a quelli che mi chiedono perché non mi occupo degli italiani. Non avrei dovuto stare zitta davanti a M. che mi chiede di presentargli delle ragazze perché se va da solo, loro si spostano perché è nero. Davanti a A. che in frontiera, con un’espulsione, mi chiede se non ci volete, perché non ci fate andare? Non avrei dovuto stare in silenzio nemmeno davanti ai controlli del biglietto del treno su base razziale, davanti ai fischi su un campo di calcio, davanti a un qualsiasi funzionario per cui tra bianco e nero, meglio parlare con un bianco. Davanti al poverino che fa male, a volte, come un tornatene da dove sei venuto.

Le rare volte in cui – perché ero bianca, perché ero occidentale, perché “forse” la pensavo in un certo modo – sono stata discriminata, trattata con sospetto, non creduta, strattonata, allontanata, non lasciata libera di circolare, sono stata incredula. Il pensiero dominante era come fa a succedermi questo? Non ho fatto niente e sono stata gentile, perché sta succedendo? Poi è arrivata la paura che blocca e fa abbassare la testa, la paura di non poter avvisare nessuno, di conseguenze legali o fisiche. Infine la frustrazione (non dipende da me), la rabbia, le lacrime, il bisogno fisico di urlare e poi quello più razionale di raccontare. Perché non succedesse più. Say his name.

Foto di WikiImages da Pixabay 

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