Scheletri, a ognuno il suo

Scheletri era nella lista di Babbo Natale ed è il primo libro letto nel 2021. Non sono mai stata amante del genere e da piccola non sono mai andata oltre a Braccio di Ferro, comprato nell’edicola del paese la domenica dopo la messa. Poi, un grande buco. Nessun interesse per Dylan Dog, Corto Maltese, Rat-man, Linus, Snoopy&C. Il punto, credo, era che facevo fatica a leggere e guardare. E, so che è brutto da dire ma ormai è passato tanto tempo, forse c’era anche una sorta di sentimento di superiorità: se ci sono i disegnini non può essere una cosa seria. Più che altro però, o leggevo o guardavo, alla faccia del multitasking riconosciuto universalmente al genere femminile. Anni, ma anni dopo, ho comprato Maus e Palestina di Joe Sacco solo perché me ne aveva parlato Marco in uno dei viaggi fatti insieme (Marco è una di quelle persone che tutti dovrebbero incontrare una volta nella vita. Uno capace di passare dalla formazione del Milan alle politiche giovanili pugliesi in tempo zero ed essere credibile, centrato, divertente e interessante allo stesso tempo. E non puoi che ringraziare di averlo incrociato). Con i libri per me funziona così: se uno che stimo mi parla di qualcosa di cui non so nulla, io lo compro, lo leggo, cerco di capire e sono grata. In realtà cerco anche quella persona tra le pagine, ma questa è un’altra storia. Da lì, la biblioteca si è ampliata con Delisle, Satrapi e ZeroCalcare. Non è stato amore a prima vista e il mio rapporto coi fumetti continua ad essere molto scostante, ma mettiamola così: finora tutti questi hanno avuto un sacco di cose da dirmi e schiaffi da darmi.

Scheletri ha due difetti, così non sembra che solo perché è di Zerocalcare mi va bene tutto: pesa un sacco e quindi non ho potuto portarmelo in giro e mi sono serviti gli occhiali per leggerlo. Se qualcuno fosse entrato in casa mia (santa zona rossa, non si poteva) avrebbe forse annusato un po’ di disagio: seduta per terra su un cuscino blu elettrico con un girasole comprato in Chiapas, schiena al calorifero, tisana da una parte e cellulare dall’altra, ho passato le ore necessarie a finire le 280 pagine (grandi) del libro. Non ho letto tutto d’un fiato, anzi. Dopo circa 36 pagine mi sono chiesta se davvero volessi andare avanti (a discolpa del libro c’era che in quel momento avevo dimenticato gli occhiali), ma sono testarda e soprattutto non avevo voglia di riprendere in mano il kindle e sono andata avanti.

Non devo suggerire io di leggere ZeroCalcare. Ma anche sì. E’ lucido, realistico e non fa sconti. Ho riso – non molto – ho riletto per essere sicura, mi sono fermata e sono andata veloce dove mi pareva di poter accelerare a costo di essere superficiale. Sono tornata indietro quando ho confuso i personaggi. Ho letto, ho guardato e mi sono immedesimata, con non poco fastidio in quella sensazione che intorno tutti cambiano tranne me.

Ognuno ha i suoi scheletri, anche io. Non sono chiusi in una sacca da palestra in fondo all’armadio, ma dentro file del pc, in post di facebook, in screenshoot sul cellulare, in post it dimenticati nelle agende, in sottolineature di libri, in finti sorrisi, nei fanculo non detti, nelle scelte non fatte, nel tempo lasciato scorrere o inseguito furiosamente. Sono buoni compagni di viaggio, i miei scheletri: costanti, amichevoli, mutevoli, dormienti, precisi, memoria storica di quello che non ho risolto ma solo accantonato, di quello che ho custodito amorevolmente quando sarebbe stato meglio distruggerlo, di quello che ho lasciato andare e che invece sarebbe valsa la pena trattenere.

Non so se Zerocalcare lo pensi – in effetti lui è più tranchant – ma io all’inizio dell’anno ho bisogno di speranza e quindi mi porto a casa oltre al sedere indolenzito e le ginocchia scricchiolanti che o comincio a curarmi dei miei scheletri oppure non cambio, al massimo marcisco.

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