Scrivo perché

E’ probabilmente un post inutile e ridondante questo, ma non riesco a non pensare che Luis Sepulveda oggi sia morto. Ero al lavoro e sono solo riuscita a urlare dal soppalco dove si trova la mia scrivania al piano di sotto dove si trovava la mia collega, “ma è morto Sepulveda”. Nella sua risposta, strozzata, ho sentito lo stesso sgomento e senso di vuoto che si era impadroniti di me. Perché se è vero che ogni morte è un’assenza e un dolore, ci sono morti che ti fanno vacillare di più, indipendentemente dal grado di vicinanza o di parentela.

Per anni ho pensato in modo forse adolescenziale che se avessi potuto scegliere, avrei sposato lui o il mio relatore di tesi. Al secondo sono riuscita a dirlo. Eravamo seduti allo stesso tavolo a un pranzo di matrimonio e, insieme a sua moglie, ci abbiamo riso su. A Sepulveda, ovviamente non l’ho detto. L’ho ascoltato varie volte dal vivo e incontrato una da vicino. Eravamo al teatro Modena a Genova e alla fine dell’intervista firmava copie del suo ultimo libro. Conservo ancora una foto insieme a lui. E un autografo. E lo conservo qui, nel nome di questo blog. Un imperativo, un’aspirazione, un tentativo quotidiano di essere, prima ancora che di esserci.

Per tutto il giorno ho avvertito una sorta di malinconia, un velo sugli occhi attraverso cui guardare le persone che ho incontrato, le cose che ho fatto, i documenti che ho letto. Non ho alzato la voce, non ho riso, non mi sono arrabbiata, come se la tristezza meritasse sobrietà e parole sottovoce. Come se, almeno per oggi, non valesse la pena puntualizzare, confliggere, accusare.

E’ morto Sepulveda, scritto nei messaggi o sussurrato al telefono, è stato il mio modo di chiedere di non rimanere sola, almeno oggi, con i fantasmi. Di far entrare qualcuno, di essere abbracciata per non sentirmi persa.

Come tanti, mi sono innamorata delle rose di Atacama, dei sogni a cui ha dato forma, della forza delle parole, della coerenza della lotta, della poesia nell’immaginare un altro mondo. I suoi libri sono sparsi nelle case in cui ho abitato, sono sottolineati, sono stati ricopiati su agende, post it e biglietti di auguri. Dei suoi libri non sono mai riuscita a separarmi davvero, ne ho prestati alcuni, mai a cuor leggero. Forse non li ho capiti tutti, ma sono stati l’occhio attraverso cui ho guardato all’impegno politico e al Cile.

Se devo sceglierne uno, scelgo Raccontare, resistere e Perché scrivo, l’ultimo capitolo di Il generale e il giudice

“Non sono incline a perdermi nei vecchi dubbi che tormentarono e fecero riflettere gli antichi filosofi, né ad avvertirne altri se non necessari ad avanzare sull’unica strada che sento possibile, la strada della scrittura, la barricata a cui sono arrivato quando tutte erano ormai state spazzate via, quando ormai pensavo che non ci fosse più posto per la resistenza. Da Guimaraes Rosa ho imparato che raccontare è resistere e su questa barricata della scrittura resisto agli assalti della mediocrità planetaria, la mostruosa proposta unica di esistenza e cultura che incombe sull’umanità alla svolta del millennio.

Per questo scrivo, per la necessità di resistere davanti all’impero dell’unidimensionalità, della negazione dei valori che hanno umanizzato la vita e che si chiamano fraternità, solidarietà, senso di giustizia. Scrivo per resistere all’impostura, alla frode di un modello sociale in cui non credo, perché non è vero che la cosiddetta globalizzazione ci avvicina e finalmente permette a tutti gli abitanti della terra di conoscersi, intendersi e capirsi.

Condivido in pieno la definizione della nostra epoca che dà José Saramago: uno scontro tra la globalizzazione e i diritti umani, e scrivo per resistere in nome di quei diritti sacri e inalienabili, che non possono essere manovrati, amministrati o mutilati dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca Mondiale.

Scrivo perché credo nella forza militante della parola. Non sono mai stato, né mai sarò, un uomo dalle convinzioni religiose, perché questo lederebbe le mie convinzioni morali, ma del cristianesimo recupero la formidabile affermazione che dice: In principio era il Verbo, verità più linguistica che teologica, dove la parola è in sé atto di fondazione e le cose esistono a forza di essere nominate.

Durante gli anni bui della dittatura in Cile, gli uomini della resistenza cantavano una canzone ispirata a una poesia di Paul Eluard: Scrivo il tuo nome sui muri della mia città, e la Libertà esisteva al di là del ricordo immediato, al di là del fervido desiderio di ritrovarla, al di là del dolore provocato dalla certezza di tanti morti in suo nome. Esisteva in tutto il suo splendente vigore, perché ogni volta che qualcuno la nominava tornava a inventarla.

Scrivo per amore delle parole che amo e per l’ossessione di dare un nome alle cose a partire da una prospettiva etica ereditata da un’intensa pratica sociale. Scrivo perché ho memoria e la coltivo scrivendo della mia gente, degli abitanti emarginati dei miei mondi emarginati, delle mie utopie derise, dei miei gloriosi compagni e compagne che, sconfitti in mille battaglie, continuano a preparare i prossimi combattimenti senza paura delle sconfitte.

Scrivo perché amo la mia lingua e in lei riconosco l’unica patria possibile, perché il suo territorio non conosce imiti e il suo palpito è un continuo atto di resistenza.

Scrivo dalla solitaria barricata del creatore di mondi e, con le parole di Osvaldo Soriano, dalla responsabile soddisfazione di chi sa di essere stato invitato ad abitare nel cuore della gente migliore.”

Foto di Till Schwalm da Pixabay 

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