Settantuno

Oggi, dopo settantuno giorni, ho fatto un giro “giro” in centro. Uno di quelli non legati all’autocertificazione e ai suoi motivi di urgenza o di comprovata necessità. L’ultima volta, il 7 marzo, era per cercare un regalo di compleanno (uno di quegli animaletti pelosi con gli occhi brillanti) e già si respirava un’aria strana. Niente mascherine, solo una perlopiù inascoltata richiesta di attenzione e di parsimonia nelle uscite e nell’utilizzo degli spazi pubblici. Era un sabato di sole e la spiaggia, ricordo, era piena di bambini urlanti e i tavolini dei locali in passeggiata tutti occupati da aperitivi e gelati. Le polemiche per la presenza di chi non sarebbe dovuto esserci, c’erano già. Non eravamo zona rossa, ma eravamo circondati da zone rosse.

Oggi il sole è più caldo e desiderato. Verrebbe da dare ragione a chi dice che non ci sono più le mezze stagioni. Maniche lunghe, maniche corte, infradito, pellicciotto senza maniche, décolleté senza calze, felpa nera con cappuccio, costume da bagno, top senza maniche, velo. In giro c’è un mondo assimilato solo dalla mascherina. Per il resto probabilmente veniamo tutti da pianeti diversi.

Non mi abituo alla fase due, non riesco a tenere il conto di quello che si può o non può fare e così, faccio ancora meno. Sono rattrappita, dentro e fuori. Non so se più triste o più impaurita. Faccio prove di normalità ed elenco, come un notaio all’atto dell’inventario dei beni del morto, cose.

I jeans del prima, entrano senza sforzi. Anche dopo essere stati lavati. Nonostante ciò, credo che una crema rassodante farà bene allo spirito e alla pelle. Scopro che i must del momento, in fatto di bellezza, sono i prodotti con oro 24k. Illuminante antiage scrivono sulle confezioni con tanto di immagine di una pepita d’oro. Mi chiedo, per 0,99 euro e fino a 10 applicazioni, quanto oro ci sia.

Tra le serrande chiuse intravvedo chi distanzia, igienizza, predispone percorsi e strisce, monta plexiglas. Domenica di attesa, di ritorno a tanti anni fa, quando ero piccola e i negozi la domenica erano chiusi. Le strade sono più silenziose, ovattate. Le persone camminano, da sole o al massimo in coppia, pochi i capannelli fermi nelle piazze. Come una domenica di luglio quando per ripararsi dal caldo si respira lentamente e ci si muove di malavoglia.

Puoi toccarli sai? Tra i pochi negozi aperti – e confesso che lo speravo – c’è una libreria. E’ come prima, basta che ti metti i guanti. Li trovo all’ingresso, insieme all’igienizzante. Sono titubante, come un elefante coscienzioso in cristalleria, ma poi apro il primo libro. Capisco l’astinenza, mi sento dire da dietro. Ho letto meno in questo periodo e per lo più ebook, più pratici e più economici. Ma questa cosa di entrare in un luogo e perdermi non è sostituibile. La commessa è fin troppo solerte, vuole sapere cosa leggo di solito, cosa mi piace, vorrebbe consigliarmi. La sento zompettare dietro di me. Io non riesco a ricordare nemmeno uno dei titoli dei libri che ho letto di recente e che annoto, precisa, sull’agenda. Non riesco a ricordare nemmeno uno dei titoli che vorrei acquistare. Le descrivo i dati biografici dell’autore (giovane, vietnamita, Ocean forse..ho letto un estratto e vorrei finirlo) o altri titoli (La ferrovia sotterranea) come fosse un gioco a premi, una sfida ad indovinelli. Mi mette in mano altri libri, sicura che mi piaceranno. Poi mi lascia vagare, finalmente. Mi preoccupa questa cosa di non ricordare. A volte, quando vedo un viso a cui non associo alcun nome, scorro velocemente l’alfabeto, anche più volte, per vedere se le lettere mi suggeriscano un’identità. A volte, guardo la rubrica del telefono e cerco di ricostruire dalle foto dei profili associati ai numeri chi siano quelle persone che sicuramente ho conosciuto in qualche luogo e in qualche tempo. Dopo un viaggio è raro che ricordi le città visitate. A volte dimentico anche regole grammaticali elementari o modi di dire, che prima arrivavano fluidi alla mente e che ora rimangono impigliati chissà dove. Io so che ci sono, so che li possedevo prima, ma ora sono sfumati, nebbiosi, sfuggenti.

Alla fine esco con due libri che non avrei comprato e senza i due che avrei voluto. Ho resistito al gentile invito all’ordinarli. Ho lasciato, con una certa riluttanza, anche i due consigliati. Questa cosa non è da post covid, è proprio mia. Comprare quasi più per un favore personale alla commessa che per un bisogno reale. So che leggerò con piacere, che sottolineerò, che sceglierò con cura il segnalibro tra quelli collezionati negli anni e che una volta finito scriverò in agenda il titolo del libro. Mi rimarrà, se saranno belli, il piacere di poterli prestare e poi, al ritorno, di metterli nella libreria in ordine di altezza.

Cammino con il mio sacchetto, vado verso il mare, chiedendomi se mi possa sedere in spiaggia oppure no. Se possa fare come prima: piedi in acqua, libro, cuffie e sguardo perso – tra una pagina e l’altra – alle papere e alle onde. La sento ancora monca, come vita. Sento che queste piccole cose mi riempiono il tempo, ma non il buco scavato silenziosamente dallo sperare che lo stare a casa avrebbe sostituito il prima con il tutto bene.

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