Io e il sistema hotspot (frustrazione a Lampedusa)

Non si dovrebbe scrivere da arrabbiati. Non si dovrebbe scrivere da frustrati. Si dovrebbe scrivere da innamorati. Non per via dei buoni sentimenti, ma perché per scrivere bene bisogna amare il proprio soggetto.

Il mio sentimento ora è: ti brucio l’hotspot. Ma prima, a te che l’hai creato, ti ci infilo dentro e non ti faccio uscire se non, per grazia, da un buco laterale della recinzione. E prima ancora ti ci faccio arrivare bagnato e senza scarpe. E prima ti faccio salvare, forse, dalle motovedette della Guardia Costiera. E prima ancora ti faccio costringere a salire su un gommone con altre 120 – 130 persone assicurandomi che il tuo giubbotto di salvataggio sia tarocco e non 
sostenga in acqua nemmeno un pulcino. E prima ti faccio detenere in un carcere libico, tanto la Libia è un paese sicuro, è un governo (uno?) con cui si può disquisire di diritti umani, frontiere e protezione internazionale. E prima, si perché c’è un prima, ti voglio assetato nel deserto, con la sabbia che ti schizza in faccia mentre cerchi di non cadere dal cassone del pick up.

Perché sei partito? Non mi interessa. Tanto lo so già. Gambia, Mali, Togo, Nigeria, Costa d’Avorio. Sei uguale agli altri. Puntini neri su carte geografiche utili solo per individuare le risorse da spremere e i confini da tracciare.

La tua paura, la tua fame o sete, il tuo diritto a una libera espressione di te sia essa linguistica, politica, religiosa, sessuale, sono solo raccontini per i deboli di cuore, per quelli che vogliono guadagnarsi il paradiso aiutando i più sfortunati.

Io lo so che sono tutte storie, che tu hai rischiato tutto, vita compresa, perché vuoi un lavoro in Italia. O solo perché un tuo parente in qualche paese europeo già gode dei diritti che a te sono negati. Il migrante economico non è un concetto così ampio da prevedere tutele o diritti.

Ecco, siamo al punto in cui tu – tu che scegli in qualche riunione chi sta dentro e chi fuori, chi è cosa, quali diritti mettere al di là del mare e a chi farli tutelare, tu che poi hai il coraggio di tornare a casa, perché tu una casa ce l’hai – ecco, siamo al punto in cui tu sei, chissà come, dentro all’hotspot e io do’ fuoco all’hotspot.

Forse non gli do’ proprio fuoco, un po’ di senso mi è rimasto ancora e so che con la violenza ottengo meno di ciò che vorrei.

E allora sai che c’è?

Ti tengo un po’ qui, due, tre settimane, giusto il tempo perché tu impazzisca in questa isola che è un carcere a cielo aperto, in cui ti ho portato io e in cui io deciderò quando ti porterò via per una destinazione scelta da me.

Ti tengo un po’ qui, con una scheda telefonica da 5 euro, con pranzo e cena consumati a letto, con nessun orizzonte se non l’attesa. Con il bisogno di chiedere i vestiti in parrocchia, con le infradito a gennaio e una tuta di due taglie più piccole a coprirti dal freddo. E ti va bene che qui piove poco.

Ti tengo qui e poi un giorno ti sveglio presto e ti chiedo di dove sei. Nigeria? Vieni con me. Tu non sei più un nome, tu sei un numero e un paese di origine.

Ti è andata male che con il tuo paese di origine io abbia siglato un accordo di rimpatrio.

Ecco, per te il grande fratello finisce qui. Ti aspetta un aereo, piccolo, in un giorno ventoso. Probabile destinazione finale Lagos. Non subito, così magari di gente come te ne raccatto dell’altra.

E nel frattempo che aspettiamo il volo di rimpatrio ti faccio accomodare in un centro di identificazione e espulsione, anche se tu non hai fatto nulla, anche se non ti ho dato la possibilità di dirmi davvero perché sei arrivato e se ritornare in Nigeria potrebbe essere pericoloso, se nel tuo paese la tua vita è a rischio.

Ti disperdo, cancello le tracce del tuo passaggio e tutto svanisce.

Svanisce chi ti ha chiesto il nome, chi ti ha visto camminare vicino al mare, a quell’acqua che quasi ti ammazzava, pur di ingannare l’attesa. Svanisce chi ti ha chiesto dove vuoi andare e ti ha detto, ingenuo, che se chiedevi protezione nessuno avrebbe potuto rimandarti indietro.

Scemo tu e scemo lui, che ci crede a queste leggi, o almeno a quel poco di giustizia che ancora contengono.

Svanisce il sapere che fine farai, perché non sarà una bella fine. Svanisce il tuo progetto per il futuro, la tua fiducia negli uomini se ancora ne avessi avuta. Forse non per te, ma per il figlio che ti aspetta in quella Nigeria da cui sei scappato.

Non rimane nulla. Un enorme monopoli in cui non riesci a passare dal via.

E io non so più, o non so ancora, come combattere questa battaglia. Io non so più o ancora come supportarti, come modificare i miei schemi mentali, le mie pratiche politiche e sociali perché le nostre non siano battaglie vane o separate, perché non cadiamo negli schemi delle categorie, nel gioco che ci vuole o vittime o carnefici, o buoni o cattivi. Io non so più a chi indirizzare la mia frustrazione, la mia creatività, il mio impegno in un mondo che non è più quello di prima ma non è ancora quello che voglio. Non so più come fare a far in modo che diritto e giustizia non siano solo concetti vuoti o funzionali.

E quindi no, non mi basta caro decisore delle sorti metterti dentro all’hotspot che la tua miopia e cupidigia hanno creato e dar fuoco a tutto.

Non mi basta essere in pace con la mia coscienza, aver fatto tutto quanto ritengo in mio potere per…Non mi basta oggi fare bene la testimone attenta e contrariata di politiche razziste e inumane. Questo passamelo. Non mi basta. Perché “quanto in mio potere”, deve ancora essere creato ed esercitato.

 

Dedicato a chi verrà rimpatriato.

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