Storia di un figlio (andata e ritorno)

Oggi ho terminato Storia di un figlio (andata e ritorno) di Fabio Geda e Enaiatollah Akbari. Mi hanno insegnato, con poco successo, che di un libro non si dovrebbe dire mi è piaciuto, non mi è piaciuto. Non lo dirò. Dirò che c’è voluta una pausa lunga una settimana e 500 e rotte pagine de I giorni del giudizio di Giampaolo Simi, tra la prima parte letta sull’onda dell’entusiasmo (wow, è uscito il nuovo di Geda) e la seconda parte, ripresa più per senso di responsabilità verso la storia e per quello che rappresenta.

Delle persone migranti ci interessano il qui, l’ora e il perché. Come fossero monodimensionali, figurine sulla carta che noi ritagliamo, vestiamo, coloriamo, spostiamo. Che facciamo vivere con la nostra lingua, la nostra burocrazia, i nostri progetti. Delle persone migranti dimentichiamo spesso che c’è un prima fatto di mamme e papà, di partite a pallone, di smalti, di diari e cartelle. Dimentichiamo che c’è una partenza, ci sono addii. C’è nostalgia, solitudine, desiderio. C’è, nella carne, ancora prima che nella testa, la propria terra e la voglia, magari rabbiosa e odiata, di tornare. Perché, prima della partenza, c’era uno stare, un essere.

Io ho amato Nel mare non ci sono i coccodrilli. In tutti i ragazzini, afgani e non, che ho conosciuto nella mia vita professionale e di attivismo, ho rivisto Enaiat. Ho rivisto la traversata a piedi dei monti al confine tra Turchia e Iran, i cani di Salonicco, il pianale dei camion, le mazzette da distribuire, il mare e le luci della costa che non arrivano mai, le notti all’addiaccio, la fame e la paura costanti. Nel braccio rotto di Amjad ho rivisto la brutalità della polizia di frontiera, nel rimanere fermo dieci anni in Grecia di Abdul ho rivisto l’imbuto del porto, nelle risse di Asad la solitudine dell’arrivo e l’incapacità di stare in un centro di accoglienza. La voce di Enaiat bambino e poi ragazzo, è la voce di tutti quelli che come lui hanno fatto un viaggio. Una voce, stilisticamente quasi leggera e spensierata, che racconta in prima persona cose indicibili e impensabili.

Quando avevo provato, con un gruppo di associazioni a invitare Fabio Geda e Enaiat a Chiavari a parlare del libro, Fabio mi aveva gentilmente detto che bon, la promozione era durata tantissimo e che Enait voleva fare altro, era andato avanti. Ci ero rimasta male. Come a togliermi un modello. Mi sono chiesta come fa uno ad andare avanti, a non voler raccontare più, a non voler testimoniare ancora. Ora lo so come si fa ad essere stufi di essere solo quella cosa lì….quel viaggio, quella paura, quel pezzo di costa, quel container o giubbotto di salvataggio.

Alle elementari, nell’ora di canto (il martedì con la Signorina Campodonico che suonava il pianoforte e che già allora mi pareva vecchissima) avevo imparato Ma se ghe pensu, una delle poche cose in genovese che io abbia mai pronunciato, peraltro con un certo imbarazzo, e che mi sia rimasta nella memoria. La voce narrante, andata lontana, si immagina Genova e semplicemente dice che spera di riuscire a tornare a morire a casa. Non so se ce l’abbia fatta. Non me lo sono mai chiesto, come se non avessi mai fatto un collegamento diretto tra le parole di quei martedì mattina un po’ antichi e sempre uguali – coro di femmine a sinistra della signorina Campodonico, coro di maschi a destra – e la vita vera. A volte mi stupisco di quanto possa essere superficiale, nel senso che non mi chiedo le cose. Non me le chiedo perché non le vedo.

Il ritorno. La lontananza. L’assenza. Il fare senza.

Ho guardato il kindle, indecisa sul da farsi: abbandono o finisco Storia di un figlio? E’ come se la testa mi avesse chiesto di andare avanti a prescindere. Perché è importante, quasi fosse un libro di testo, una chiave per capire un spicchio del mondo, una sorta di monografico dell’esame di storia contemporanea, non solo l’ultimo romanzo di Geda.

Enaiat è andato e tornato, metaforicamente e fisicamente. E lo ha raccontato ancora una volta. Ha raccontato cosa è successo alla sua famiglia, alla sua Nava, al suo Afghanistan mentre lui viaggiava e si rifaceva una vita. Lo ha raccontato con la stessa spensieratezza e leggerezza dei coccodrilli. Solo che la prima parte è un racconto di un racconto, quindi meno immediato. E lui è cresciuto. Sospendere la lettura, forse, mi è servito a sintonizzarmi meglio con la voce, che per tante pagine mi è sembrata un po’ stonata, una sorta di falsetto ecco, non so come spiegarlo meglio. La sensazione di “occhieggiamento al pubblico” con una forse troppo studiata semplificazione dei concetti e dei passaggi si è diradata man mano che il racconto procedeva, ritornava in carne e ossa, con il ritmo in diretta della vita che si ricongiunge e che riprende.

E poi, come solo alcuni libri sanno fare, Enaiat mi ha regalato parole attorno a cui giro già da un po’ senza peraltro riuscire a farle mie.

Inshallah è una parola che Fazila usa spesso, mi piace. Nel salto di gioia che ha fatto fare alla mia vita, Fazila mi sta instillando anche questo atteggiamento, tipo: ma sì, in fondo non siamo padroni di ogni singola svolta della nostra vita, di ogni evento che ci sfiora o che ci travolge. Inshallah. Hakuna Matata. Diamoci dentro, ma con leggerezza: non arrovelliamoci troppo. La vita è faticosa e buffa, a volte misteriosamente bella. Ma in ogni caso è ora – ed è qui.

 

 

 

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