Un anno fa, il Messico (ritorno all’origine)

Oggi, fa un anno. 365 giorni in cui il Messico – in senso lato – si è preso spazio nei miei giorni e mi ha regalato nuovi modi di viverli, questi giorni.

messicoOggi, un anno fa, cammino per lo Zocalo, chiamo da un internet point in lacrime perché la prima telefonata a casa dopo un volo transoceanico è sempre carica di emotività (soprattutto quando non sai bene cosa hai lasciato e cosa troverai al ritorno), sogno un letto, ma nello stesso tempo non riesco a staccare gli occhi dai murales di Diego Rivera.

Oggi, un anno fa, scopro davvero Diego Rivera, il guacamole e cosa vuol dire vivere in un paese in cui ogni giorno qualcuno scompare. Donne, uomini, operai, giornalisti, sindacalisti, studenti, migranti. Non importa chi tu sia, importa cosa è bene tu smetta di fare. Ricordo l’insegna del mio hotel, Isabel, in “pieno” centro, un’insegna verticale e azzurrina. Ricordo l’apprensione nel suonare il campanello dell’albergo alle 4 di notte con il taxi che mi ha lasciato per strada e il portone che non si apre, e ricordo la sensazione di tranquillità nel prendere la metropolitana fare a pugni con gli avvertimenti stai attenta che lì tagliano le dita pur di rubare gli anelli. Le grandi città mi mettono soggezione, anche Milano, per dire. Come quando ero ragazzina, mi piaceva uno e facevo di tutto perché si accorgesse di me, ma nello stesso tempo, volevo essere trasparente perché se poi si accorge di me, che faccio?

Viaggio di notte, oggi di un anno fa, verso sud. Città del Messico – Tenosique, Tabasco in poco più di sedici ore e una sosta, verso mezzanotte in una sorta di autogrill che è a tutti gli effetti una fiera di paese tra polli allo spiedo, tavoli di legno, bancarelle di frutta, ma soprattutto di ogni genere di fritto.

Tenosique è brutta, come le città di frontiera spesso sono. La72, casa rifugio per trans-migranti è invece bellissima. Colorata, rumorosa, spaziosa, accogliente come le case, anche se di fortuna, anche se di passaggio, sanno essere.el tren

Honduras, Salvador, Nicaragua e un po’ di Guatemala si mescolano tra dormitori, cucina, infermeria, modulo della comunicazione e spazio minori. A distanza di un anno la situazione non è cambiata. La gente che scappa da violenza più o meno di stato, più o meno strutturale è sempre di più. L’instabilità politica, la cronica assenza di lavoro, la corruzione, le maras o in narcos non sono magicamente scomparsi, ma hanno avuto un anno in più per consolidarsi.

Non servono muri, anche se pare essere l’unica risposta, a tutte le latitudini per arginare la disperazione e la determinazione delle persone.

L’urlo el tren el tren el tren ha scavato dentro di me. In realtà non è l’immagine più giusta. El tren è stato uno tsunami e le onde di assestamento (esistono in uno tsunami?) hanno prima scavato e poi ricomposto un disegno nuovo.

Oggi, dopo un anno, sono a Ventimiglia. In questi mesi ho scritto a La72 per raccontar loro dell’Europa, delle frontiere, dell’accordo con la Turchia, dei respingimenti. Inutilmente perché a Tenosique, Tabasco già sapevano, già vivevano e condividevano la sorte. Ho letto così i loro comunicati stampa per la morte di Aylan, per i barconi che affondano, per l’apertura delle frontiere. Ho visto i video in cui i migranti raccontano i loro perché e i loro sogni.

La72  mi ha aperto un  altro mondo. Un mondo possibile.

Rispondi