Un #fragilemosaico: Voci di profughi siriani dal Libano

A circa due mesi dall’ultimo articolo, eccomi in Libano, per raccontarvi una tessera di un mosaico.

Che ci facevo in Libano? Nell’ambito del progetto di comunicazione e ricerca “FragileMosaico” con un gruppo di operatori legali ho raggiunto Beirut nella giornata del 6 maggio con l’obiettivo di monitorare e raccogliere elementi che potessero dare un quadro della situazione per quanto concerne la tematica legata al riconoscimento e alla tutela della protezione internazionale per quelle persone provenienti dalla Siria (e non solo) che, in fuga dalla propria terra, hanno lì cercato rifugio. Un monitoraggio strategicamente importante, quello del periodo elettorale e che ha visto il paese (dopo ben nove anni) ripresentarsi alle urne al fine di dare un senso politico alla complessa situazione che si trova ad affrontare quotidianamente, situazione resa ancora più complessa data la coesistenza di credi religiosi diversificati e con idee spesso in conflitto.

Questo articolo è uscito oggi sul sito di Melting Pot, dove potete trovare anche tutti gli altri contributi relativi al progetto “Fragile Mosaico” tra cui il report “Libano – Confini interni e Confini esterni: la tutela delle persone richiedenti protezione per la tutela di tutti!

 

Se non vedi un campo profughi, se non cammini per viuzze strette in cui il cielo appare frammentato dai fili elettrici, se non sbirci tra le finestre e le porte chiedendoti cosa fanno tutte quelle ragazze nere all’interno delle case, difficilmente capirai cosa davvero vuol dire vivere in Libano oggi per uno straniero.

M. è il portiere dello stabile in cui abbiamo affittato un bellissimo appartamento. Vive con moglie e figlia in una stanza che a stento sarà nove metri quadrati. Dormono per terra, su stuoie, da quando hanno abbandonato la Siria. Sono senza documenti, prigionieri del non status riservato ai siriani che sono negli anni scappati dalla guerra e che – soprattutto per ragioni economiche – ora si trovano bloccati in Libano. Non possono più tornare indietro, nonostante da più parti ormai alcune zone della Siria vengano considerate sicure, e non possono stare, non vedendo riconosciuti i più elementari diritti: lavoro, casa, salute, movimento.

M. tenta qualche parola di inglese, mentre giochiamo con la bimba sotto gli occhi vigili della mamma. Capiamo che parte della famiglia è all’estero. Impossibile riunirsi. Scattiamo foto ricordo. Sorridiamo, perché è una lingua universale. A Beirut, come nelle altre città, si è riversata la maggior parte dei siriani. Nascosta in palazzi in costruzione o mai ricostruiti, nei sottoscala, in garage. Case surrogate a pagamento, fino a 100 dollari al mese. Non li riconosci, identici per tratti somatici, dai libanesi. Se capissimo l’arabo forse li distingueremmo. Forse percepiremmo l’astio e il fastidio, la paura nei loro confronti. Per noi, però, sono tutti uguali. Paura che diventino troppi per la fragile economia libanese, paura che diventino troppi per gli equilibri politico – religiosi, paura che rosicchino diritti e visibilità, come i palestinesi. Ecco, i siriani, in una ipotetica scala gerarchica del fastidio e della paura, stanno sotto i palestinesi, che almeno sono riconosciuti rifugiati per mandato UNRWA.

Ci sono parole che ci suonano nelle orecchie da quando siamo arrivati. Resettlement, protezione internazionale, corridoi umanitari, rimpatrio volontario, detenzione amministrativa, check point . Concetti che abbiamo cercato di declinare, grazie all’aiuto di giornalisti, operatori locali e cooperatori ma anche attraverso le voci delle stesse persone bloccate nel fragile mosaico che è il Libano. Procedure di cui abbiamo cercato un inizio e una fine, di cui abbiamo provato a comprendere il significato, per raccontarlo, per tradurlo in formule giuridiche, in possibilità di diritto. Un mero gioco nozionistico se non fosse per TelAbass, campo profughi a meno di cinque chilometri dal confine nord tra Libano e Siria dove attualmente vivono circa 100 persone in tende autocostruite.


Vogliono che moriamo in silenzio” è la sintesi amara e tragica della vita di oltre un milione di persone.

La strada, una coda infinita di macchine, smog e clacson, che si snoda da Tripoli su su fino alla frontiera è costellata di campi come questo. Gruppi di tende più o meno vicine, a seconda di quanto il proprietario vuole guadagnare dall’affitto del terreno. Dai 70 ai 100 dollari mensili, escluse le utenze (luce in primis, perché l’acqua non sempre è accessibile).

Se vedete dei copertoni per aria, quello è un accampamento” ci dicono. Tende, perché ai siriani non è concessa la proprietà privata. Insediamenti informali, perché non sono permessi campi ufficiali (il Libano ha adottato una politica “no camp”), nemmeno gestiti dall’UNHCR.

Il campo in cui entriamo è a lato di una strada piccola e trafficata, mortale in alcuni casi. Come qualche mese fa, per una bambina. Le tende sono per lo più parallelepipedi con pareti a più strati, per difendersi dal freddo d’inverno e dal caldo d’estate. Le più grandi hanno una porticina di compensato, che nasconde un piccolo cortile interno. Sono per lo più chiuse. In alcune spicca il logo dell’UNHCR. “Se le costruiscono e il materiale può costare fino a 200 dollari”. Teniamo a mente questi numeri e ci chiediamo come fa, una famiglia a sopportare tutti questi costi. “Quasi tutti si indebitano”, la risposta. Camminiamo circondati da bambini, alcuni nati qui, alcuni scappati. Giocano, saltano, corrono, incuriositi dalle macchine fotografiche. Siamo alberi che scalano, siamo braccia che li sollevano, siamo domande a cui non sappiamo rispondere. Grandi bidoni dell’acqua si alternano tra le tende. Galline e pulcini razzolano. Anche una mucca è presente. La costruzione che fa da scuola è stata ricostruita da poco, dopo un incendio appiccato da gente venuta da fuori e che non manca occasione per far capire che proprio loro, i siriani, non sono i benvenuti.

Guardiamo dall’alto di una palazzina in costruzione, messa in affitto dallo stesso proprietario del terreno su cui sorgono le tende, il campo. A nord, nella foschia, ci dicono ci sia la Siria. La maggior parte delle persone presenti qui però non ha fatto questa strada, più veloce, perché la frontiera è controllata e chiusa. Arriva da Damasco, entrata dalla valle della Bekaa e poi risalita in questa zona, agricola e più economica. Sotto di noi, tre file di tende. Una appartiene a questo insediamento, le altre due a un altro. Uno dei peggiori ci dicono.
A parte i bambini non si vede nessuno. Qualcuno, i più fortunati, stanno tornando piano piano dal lavoro (un lavoro che spesso e volentieri li vede sfruttati). Nei cantieri o dai campi, unici settori, insieme all’ambiente, in cui ai siriani è concesso lavorare. La maggior parte delle persone presenti qui non esce dal campo. La maggior parte delle persone qui, uomini, donne, bambini, sta confinata da anni in una tenda guardando alla televisione quello che succede a casa sua. A parte i volontari di Operazione Colomba, che vivono qui dal 2013 e qualche altra organizzazione che viene per attività con i bambini o per interventi di ordine emergenziale, qui non si vede nessuno.

“Si sono dimenticati di noi.”

Uscire dal campo è pericoloso, anche accompagnati da chi ha un passaporto forte. Si rischia di essere fermati a uno dei tanti check point . Si rischia un trattenimento in prigione fino a quattro giorni (pare che il termine di quattro giorni sia tollerato anche da UNHCR, che in cambio ha ottenuto che fino ad ora la politica del rimpatrio non venisse concretizzata), si rischia un decreto di espulsione a cui si può porre rimedio con una sponsorizzazione che però costa dei soldi (400 dollari annui per persona), si rischia di essere picchiati dall’esercito, di essere maltrattati, di vedere i propri documenti siriani sparire. Il riconoscimento UNHCR non vale nulla per le autorità libanesi.
Eppure, è proprio per vedere riconosciuti quei pochi diritti previsti dalla registrazione UNHCR che si rischia. Per la tessera food (24 dollari a persona al mese), per aggiornare i propri dati in vista di un improbabile reinsediamento in altri paesi, per il pocket money da spendere in medicine o per la tessera del gasolio per alimentare le stufette in inverno.

Diritti random, perché ormai da tempo UNHCR e agenzie internazionali dicono che i fondi sono finiti e che non ce n’è per tutti. E allora capita che un mese ti tolgano il contributo per il cibo, oppure un altro quello per le medicine. E non ci si può fare nulla. Il gap tra chi ha diritto e le risorse a disposizione si sta allargando sempre più. I diritti qui si sono trasformati in concessioni. “Voi restate qui, noi andiamo in Italia” ci prendono in giro mentre beviamo la terza tazza di tè seduti in una delle stanze in costruzione della palazzina. Una bimba gioca. Il papà ci dice orgoglioso che ha quattro denti. Il cugino ne ha solo tre. Sono arrivati qualche mese fa, scappando da Aleppo. Nella stessa frase ci sono casa, bomba, andare via. Non dobbiamo chiedere altro. Sono arrivati tutti uniti, una famiglia con nove figli e cugini. Le figlie ci prepareranno la cena. Poi ci chiederanno, a noi ragazze, di sederci fuori con loro. Gli uomini rimarranno seduti nella parte centrale della tenda. I discorsi si moltiplicano. Quelli degli uomini vertono sul lavoro, quelli tra donne su matrimonio, figli, canzoni e capoeira, un compleanno imminente da festeggiare a sorpresa. Nel campo ci si sposa ormai sempre prima: noi italiane, non sposate, senza figli e spesso senza nemmeno un fidanzato siamo un po’ oggetti rari. Noi italiane che fumiamo, che abbiamo studiato, che portiamo jeans e magliette con le maniche corte siamo oggetto di mille domande. Piano piano la sera fa addormentare i bambini, che vengono adagiati su materassi di gomma piuma e avvolti in coperte spesse.
La sera, nella stanza, fa togliere il velo e sciogliere capelli lunghi e neri. Fa scrivere le confidenze e le ultime curiosità su un cellulare affidandosi a Google translator per la comprensione. Fa spegnere la luce. Fa addormentare di sonni agitati. Fa grattare dalle zanzare e da altri mille insetti. Ci si sveglia presto, al campo. Con il primo giro di te, solo per gli ospiti, all’anice.
Ci si sveglia presto ed è tutto immutato. Non si può tornare e non si può andare via.

Se c’è gente che rischia la vita, per cambiare le cose, allora ci devi mettere la tua” è il saluto che ci accompagna uscendo dal campo.

E allora grazie ai volontari di Operazione Colomba, agli operatori di Mediterranean Hope, ai giornalisti e agli attivisti che abbiamo incontrato e che hanno deciso di metterci la loro di vita. A chi propone soluzioni (più resettlement e più pressione sul governo perché riconosca i diritti umani), a chi propone strumenti pur sapendo che non sono sufficienti per tutti, a chi semplicemente ci mette la presenza, il proprio corpo, per non far sentire solo oltre un milione di persone. A chi sta nei campi, negli uffici, nei quartieri più poveri e dove, nonostante tutto, si resiste.

 

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